sole284I cosmologi ci dicono fondamentalmente due cose sul Sole;

la prima che funziona  attraverso un processo chiamato “fusione termonucleare”, nel quale un elemento (idrogeno) si trasforma in un altro (elio), trasformazione che avviene per le altissime temperature (nell’ordine di milioni di gradi) in cui si trova il nucleo della stella;   il risultato di questo processo è l’irradiazione nel cosmo di immense quantità di energia che dalla Terra si percepiscono come luce e calore.
La seconda cosa che i cosmologi dicono riguardo il Sole è che una volta esaurito il combustibile attraverso successive fasi evolutive morirà, diventando prima una Gigante Rossa, la quale espandendosi ingloberà e distruggerà la Terra, poi una Supernova, che esplodendo cancellerà per sempre il sistema solare.
Alla base della cosmologia c’è la considerazione secondo la quale l’Universo è governato dalla forza di gravità, secondo la concezione classica newtoniana.
L’Universo è nato circa 20 miliardi di anni fa in seguito ad una primordiale esplosione (Big Bang), e da allora non ha mai smesso di espandersi;     le galassie che lo compongono infatti si allontano le une dalle altre a velocità che aumentano all’aumentare della distanza.
Come le stelle anche l’Universo morirà e la sua sarà una morte termodinamica per mancanza di energia.
L’Universo che conosciamo, ci dicono i cosmologi, è assolutamente vuoto, la materia è infatti concentrata nelle galassie, nelle stelle e nei pianeti.
All’indomani dell’affermarsi nella fisica della Teoria della Relatività e della Meccanica Quantistica, i cosmologi hanno cercato, nella fisica teorica prima e nella fisica delle particelle poi, un aiuto per comprendere meglio i fenomeni dell’Universo.
Nel 1920 il cosmologo inglese Sir Arthur Eddington ipotizza per primo che il Sole funzioni come una immensa macchina termonucleare, avvalorando così il ben noto principio di equivalenza E=mc2 (che sarà tragicamente confermato nel 1945 a seguito delle due esplosioni nucleari sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki).
Per tutto il XX secolo, ed a tutt’oggi, qualsiasi ipotesi alternativa ad un Universo gravitazionale, vuoto e nato dal Big Bang, è stata sistematicamente rigettata.
Ma non tutti i ricercatori accettano o hanno accettato le teorie di Einstein (Relatività) e di Gamow (Big Bang)!
Nel 1944 un membro dell’Associazione Inglese per le ricerche sull’elettricità, il dottor Charles E.R. Bruce, elabora un modello scientifico del Sole che non collima con le teorie di Eddington;    infatti Bruce afferma che la fotosfera del Sole ha l’apparenza, la temperatura, e lo spettro di un arco elettrico.
Nel 1972 un ingegnere, Ralph Juergens, sviluppa il lavoro di Bruce, arrivando alla conclusione che il Sole, oltre ad essere l’oggetto più elettricamente carico del sistema solare, giace all’interno di un più ampio campo elettrico che fa capo alla galassia.
sun3col_thompsoneitIn verità che l’elettromagnetismo fosse una caratteristica intrinseca dell’Universo e alla base del probabile funzionamento del Sole fu ipotizzato da vari scienziati.

Nel 1899 Bigelow, durante l’osservazione di un eclissi, pensò che il Sole potesse essere un magnete, in virtù del comportamento tipicamente elettrodinamico della corona.   Qualche anno più tardi, con la spettroscopia, si notò che l’origine delle macchie solari era da ricercare nei fenomeni elettromagnetici.
Nel 1919 Larmor, in virtù delle osservazioni che confermavano l’esistenza di correnti elettriche su scala galattica, propose che queste potessero essere generate da un processo analogo a quello della “dinamo”.
Negli anni 50 Enrico Fermi, studiando il comportamento dei raggi cosmici ipotizzò, quale generatore della loro accelerazione, l’interazione delle particelle con “nuvole magnetizzate”.
A questo punto non si può non notare una palese dicotomia nelle scienze cosmologiche, dove da un lato le osservazioni e gli esperimenti, anche di illustri scienziati, portano a pensare accettata l’ipotesi di un Universo dove l’elettromagnetismo sia una presenza tangibile con cui fare i conti;    dall’altro le teorie correnti in ambito astrofisico negano possa esistere un qualsivoglia mezzo universale elettromagnetico, basando questa negazione sul risultato dell’esperimento del 1886 di Michelson e Morley sull’esistenza dell’etere, e più tardi sulla Relatività.
In breve per Einstein (Relatività) e Gamow (Big Bang) l’Universo è assolutamente vuoto, governato dalla gravità, dove l’elettromagnetismo è confinato in alcune manifestazioni stellari.
Ma le osservazioni sembrano andare in direzione opposta.
Perché dunque la scienza accetta due teorie (relativita’ e big bang) che forse, o quasi sicuramente, sono in antitesi con le osservazioni ?
Abbiamo ritenuto necessario avviare una ricerca storica in ambito scientifico riguardante Sir Arthur Eddington, che come abbiamo già visto, oltre a proporre la teoria del Sole termonucleare, diede la convalida della Relatività Generale.
Infatti nel 1919 si recò ai tropici per osservare e documentare un’eclissi di Sole e dimostrare (fotografando il fenomeno), come la gravità di un corpo potesse deviare la luce delle stelle, in accordo con le previsioni teoriche di Einstein.
I dati raccolti da Eddington e le sue lastre fotografiche furono controllati nel 1930 da un fisico (Poor) il quale notò come l’85% dei dati scientifici rilevati furono scartati e ritenuto valido solo il restante 15%, che guarda caso era coerente con le costanti di scala di Einstein.
Successivamente Eddington presentò i risultati ad una conferenza alla Royal Society, durante la quale confermò tra le altre cose la validità della Relatività Generale, e nella quale si guardò bene dal dire che la luce delle stelle, in quelle lastre scartate, aveva una direzione trasversale a quella attesa o addirittura opposta;    insomma la maggioranza delle stelle non né voleva proprio sapere di avvalorare la teoria della Relatività !
Lo stesso Poor così commentò :    “….. La formula matematica, in base alla quale Einstein ha calcolato la sua deviazione di 1,75 secondi perché i raggi di luce oltrepassino il margine del Sole, è una nota e semplice formula di fisica ottica;    non uno solo dei concetti fondamentali relativi alla variabilità del tempo o alla curvatura o torsione dello spazio, alla simultaneità, o alla relatività del moto, è in alcun modo implicato nella previsione o nelle formule di Einstein inerenti alla deviazione della luce  …..    Alle molte ed elaborate spedizioni in occasione dell’eclisse, di conseguenza, è stata attribuita un’importanza fittizia;   i risultati di tali iniziative non possono dimostrare né confutare la teoria della relatività  …..  Lo spostamento stellare di per sé, ammesso che sia reale, non mostra la minima attinenza con le deviazioni previste da Einstein:  non concordano né nella direzione, né nelle dimensioni o nel tasso di diminuzione della distanza dal Sole”.
Nel 2002, in un articolo pubblicato dal British Institute of Precise Physics, si sottolinea come le macchine fotografiche a calotta utilizzate da Eddington nel 1919, avevano una precisione di 1/25°.  In funzione di questo parametro, risulta che i dati pubblicati da Eddington a sostegno della Relatività sono “ 200 volte troppo precisi “.
Sir Arthur Eddington ha volutamente falsificato dei dati scientifici avvalorando una teoria, smentita dalle osservazioni, che ha condizionato e sta condizionando la ricerca scientifica in fisica e in astronomia.
Se i metodi usati da Eddington per confermare la Relatività sono falsi, si può credere alla sua teoria del Sole termonucleare ?  Come si può pensare che uno scienziato il cui metodo è l’inganno, possa proporre teorie scientifiche in sintonia con “l’etica “ della scienza, e la scienza ha veramente un’etica se permette a teorie non avvalorate da osservazioni (Relatività) di avere visibilità, ma soprattutto di essere divulgate e sostenute in un contesto sociale ? Quindi come minimo possiamo sollevare un ragionevole dubbio su ciò che la scienza spiega, relativamente al funzionamento e all’ essenza stessa dell’Universo in generale e del Sole in particolare.
Più precisamente pensare a ragion veduta che Sole e Universo non siano assolutamente quello che crediamo che siano !
Ci siamo resi conto però che le ipotesi di Bruce e Juergens, anche se avvalorate da parametri osservativi e rilievi strumentali (spettroscopia, raggi “X”, termografia, ecc.), per essere convalidate senza ombra di dubbio, dovevano avere una conferma indiretta, da parte di un organo scientifico “ufficiale” (NASA, ESA, MIT, JPL, ecc…).
Un fenomeno solare espletatosi nel Gennaio del 2005 ci ha dato la conferma di quanto andavamo cercando !
La cosmologia spiega come le esplosioni che caratterizzano la corona solare avvengono normalmente, in corrispondenza delle cosiddette “macchie solari”, le quali sono zone in cui persistono dei potentissimi campi magnetici che attraversano la superficie del Sole.
Quando questi campi diventano instabili esplodono, dando vita alle manifestazioni visive che prendono il nome di C.M.E. (Eiezione di massa coronale).
Le C.M.E. sono la causa di quelle che chiamiamo “tempeste solari”;   in pratica una pioggia di particelle con carica positiva (protoni e altro), che normalmente raggiungono la Terra dopo circa 24 ore dall’emissione.
Nel Gennaio 2005, nell’arco di 5 giorni, si sono susseguite dallo stesso gruppo di macchie (Sunspot 720) ben 5 C.M.E.,  successive ad esplosioni, l’ultima della quali ha raggiunto la Terra dopo soli 30 minuti.
Per i cosmologi quanto successo è semplicemente impossibile, ma soprattutto inspiegabile !
Perché dunque una normalissima C.M.E.  improvvisamente ha avuto questo comportamento anomalo ?
Ritorniamo per un momento al Sole;   la sua parte esterna è composta da tre zone:
la fotosfera (interna), la cromosfera e la corona entrambe formate da plasma (gas elettricamente carico ad altissima temperatura).
Queste tre zone hanno temperature che vanno dai 5.000 gradi Kelvin della fotosfera (la zona interna)  ai 20.000 gradi della superficie della cromosfera, fino ai 2 milioni della corona (la zona esterna).
Questi dati strumentali, relativi alle temperature, sono stranamente in contrasto con l’asserzione classica di un Sole termonucleare con un nucleo caldissimo ed una temperatura che decresce allontanandosi da esso.
La condizione di aumento delle temperatura con l’allontanamento dal nucleo, si può spiegare solo all’interno di un modello elettrodinamico del Sole, esattamente come avevano supposto  Bruce e Juergens.
Per cui la strabiliante velocità raggiunta dal flusso di particelle, durante la quinta eiezione di massa coronale avvenuta in gennaio 2005, che ha impiegato solo 30 minuti per raggiungere la Terra, la si può spiegare solo considerando L’Universo, per dirla come Enrico Fermi, pervaso da “nuvole magnetizzate”;   infatti, per accelerare un flusso di particelle, bisogna immetterle in un campo elettrico (esattamente quello che succede negli acceleratori – il nostro LINAC di Frascati, o l’LHC del CERN di Ginevra), ed è proprio quello che è successo ai protoni emessi durante il quinto brillamento del gennaio 2005 quando hanno incontrato i campi generati dalle correnti elettriche presenti nel sistema solare.
A questo punto però sorge spontanea una domanda:    perché è stata accelerata solo la quinta eiezione coronale, mentre le precedenti e le successive no?
Siamo nuovamente andati alla ricerca delle probabili cause, ci ha dato una meno la NASA stessa:
Fonte NASA, 30 Ottobre 2008.
L’astrofisico David Sibeck (Goddard Space Flight Center) ha rilevato l’esistenza di quello che ha denominato FTE (evento di trasferimento di flusso), praticamente ogni 8 minuti i campi magnetici del Sole e della Terra si fondono, formando un portale attraverso il quale fluiscono particelle ad alta energia.
Questo portale ha l’aspetto di un cilindro, il cui diametro è all’incirca quello della Terra. A commento della sua scoperta Sibeck ha detto: “Dieci anni orsono ero alquanto sicuro che non esistesse, ma ora le prove sono incontrovertibili”.
Molti interrogativi restano senza risposta.   Per quale motivo i portali si formano ogni otto minuti ?    In che modo si torcono e attorcigliano i campi magnetici all’interno del cilindro ?
Il quinto brillamento del gennaio 2005 è stato accelerato in maniera anomala, semplicemente perché il portale che collega la Terra al Sole in quei 30 minuti non era attivo, e anche perché il gruppo di macchie Sunspot 720 puntava esattamente verso la Terra.
Abbiamo visto come l’ipotesi sostenuta dalle teorie correnti di un vuoto cosmico assoluto sia smentita dalle osservazioni e dai resoconti anche di organismi scientifici ufficiali e che, al contrario, l’ipotesi di un Universo pervaso da flussi di correnti elettriche ed immensi campi magnetici su scala galattica sia molto più vicino alla realtà di quanto la “scienza ufficiale” voglia far credere.
E’ d’obbligo, a questo punto, introdurre vari approfondimenti tecnici per una migliore comprensione dei ragionamenti che andremo in seguito a sviluppare.
A)  – Campo magnetico terrestre
Da quando fu individuato gli scienziati si sono chiesti quale fosse l’origine.
Una delle prime ipotesi concepiva la Terra formata da un nucleo centrale di ferro magnetizzato allo stato liquido;   ma quando si scoprì che nel ferro il magnetismo decade oltre una certa temperatura, definita “temperatura di Curie” (1043° K), e che il nucleo ferroso del pianeta era ad una temperatura ben superiore, l’ipotesi decadde automaticamente.
William Gilbert nel XVII secolo, sosteneva che la Terra ruotasse perché magnetica.
P.M. Blackett, formulò un’ipotesi opposta, e cioè che la Terra fosse magnetica perché ruotava, e che questa fosse una caratteristica “intrinseca universale” di ogni oggetto rotante;   in analogia al comportamento ed alle caratteristiche dei protoni e degli elettroni (spin e magnetizzazione intrinsechi).
La teoria fu scartata quando si constatò, tramite esperimenti, che la rotazione di corpi non produceva magnetizzazione misurabile.
Fu il concetto della “dinamo” di Faraday ad ispirare la soluzione e a formulare l’ipotesi, attualmente accettata, sull’origine geologica del campo magnetico terrestre;   infatti la cosiddetta “teoria della dinamo geomagnetica” prevede la formazione del “campo magnetico” in virtù dei moti fluidi del nucleo conduttore,  attraverso un “campo magnetico iniziale” che produce corrente, la quale a sua volta produce un campo che si amplifica e si somma a quello iniziale, dando origine a quello che conosciamo come “campo magnetico terrestre” (ho volutamente riassunto il principio, il quale da un punto di vista strettamente scientifico è un po’ più complesso, visto che prende in considerazione le forze di Coriolis per i moti di fluidi in rotazione e l’ipotesi di Rikitake sulla doppia dinamo per spiegare l’inversione dei poli).
Il campo magnetico terrestre è un campo dipolare, ha cioè due poli di carica opposta, definiti convenzionalmente Polo Nord e Polo Sud, i quali divergono dai Poli geografici.
L’asse magnetico è inclinato di 11.3° rispetto all’asse di rotazione.
I poli magnetici non sono statici in quanto migrano costantemente e, nel corso del tempo, invertono anche la posizione.
Le linee di forza si comportano esattamente come quelle di una normale barretta magnetica dipolare (tipico esempio della calamita e della forma che assume la limatura di ferro posta accanto);    nello spazio il campo magnetico assume una forma geometrica approssimativamente toroidale schiacciata sul lato rivolto al Sole, e toroidale allungata su quello opposto;   ciò è dovuto all’interazione con il vento solare.
La cavità che si viene a creare nel flusso di vento solare, quando questo incontra il campo magnetico terrestre, viene chiamata “Magnetosfera”
La magnetosfera sul lato rivolto al Sole si estende fino 60/80.000 Km, sul lato opposto fino a 300.000 Km; in una zona approssimativamente intermedia della magnetosfera, esistono delle regioni (fasce di Van Allen) caratterizzate dalla presenza di particelle cariche (elettroni – protoni), di origine solare, rimaste intrappolate nel campo terrestre.
La magnetosfera scherma la Terra dal vento solare e dai raggi comici.
B)  – Fisica dei plasmi
Riporto l’introduzione ad un capitolo, tratto dal corso di laurea specialistica in Astrofisica e Fisica cosmica dell’Anno Accademico 2009-2010 presso il Dipartimento di Fisica Generale dell’Università di Torino (Dr. Attilio Ferrari / Dr. Gianluigi Bodo)
CAPITOLO 7  –  ELEMENTI DI FISICA DEL PLASMA
Sebbene la struttura dell’Universo su tutte le scale (pianeti, stelle, ammassi di stelle, galassie, ammassi di galassie) sia dominato dall’interazione gravitazionale, appare evidente dall’insieme dei dati osservativi che l’interazione elettromagnetica è determinante per la loro morfologia e nella fisica dei loro processi evolutivi. Ciò è dovuto essenzialmente al fatto che la materia cosmica si trova per il 99% in stato di alta ionizzazione ed alta mobilità delle particelle, cioè sotto forma di plasma ad elevata conducibilità e non di gas neutro. Perciò le forze coulombiane creano elevati campi elettrici non appena si sviluppi una sia pur piccola separazione di carica; e, per le stesse forze, le cariche seguono moti collettivamente ordinati e producono correnti, campi elettromagnetici variabili e forze elettrodinamiche.
Lo studio dei fenomeni astrofisici in cui siano determinanti gli effetti elettromagnetici è indicato spesso con il termine di “Astrofisica dei Plasmi”, dove il termine plasma viene riferito ad un insieme di particelle in cui la presenza di cariche elettriche libere sia in grado di produrre effetti collettivi.
Il modello di più vasta applicazione in astrofisica è, a tutt’oggi, il modello magnetoidrodinamico, proposto da Alfvén e Cowling negli anni 50, equivalente al modello fluidodinamico discusso nel precedente Capitolo:    è infatti basato sul principio di trattare la dinamica dei plasmi come quella di sistemi collettivi fluidi dotati di conducibilità elettrica e quindi soggetti a forze elettromagnetiche.
Le correnti elettriche, prodotte dal moto delle cariche indotto dai campi esterni, modificano i campi elettromagnetici; tali nuovi campi portano coerentemente ad una modifica delle caratteristiche del moto. La sequenza ciclica di processi implica che fluido e campi siano dipendenti attraverso un processo di interazione altamente non lineare.
La trattazione matematica deve essere quindi impostata sul seguente sistema di equazioni:
  1. equazioni del campo elettromagnetico (equazioni di Maxwell);
  2. equazioni fluide di continuità, del moto e del bilancio energetico, includendo le forze elettrodinamiche (forze di Lorentz);
  3. equazioni che collegano le proprietà dinamiche ed elettrodinamiche del fluido, campi, correnti conducibilità elettrica, conducibilità termica e coefficienti di trasporto in genere, alle grandezze macroscopiche, temperatura, densità, pressione, velocità (legge di Ohm generalizzata).
Si tratta di un sistema molto complesso, tanto più che in molti fenomeni astrofisici energetici, va utilizzata la dinamica relativistica. In realtà i fenomeni di plasma sono ancora più complessi di quanto possa riprodurre la teoria magnetoidrodinamica.
Anche per i plasmi, come per i fluidi neutri, la rappresentazione dell’insieme dei fenomeni richiede l’uso della teoria cinetica, in quanto le proprietà fisiche vengono a dipendere dalla forma dettagliata  delle funzioni di distribuzione dei vari tipi di particelle.
L’idea di applicare l’elettrodinamica in astrofisica, nacque dall’osservazione della corona solare durante le eclissi. Nel 1899 Bigelow ebbe l’intuizione che il Sole potesse essere un gigantesco magnete dalla somiglianza dei pennacchi coronali con le linee di forza tracciate da limatura di ferro intorno ad una sfera magnetizzata.
Questi suggerimenti qualitativi, che Schuster estese fino a proporre che tutte le stelle fossero grandi magneti rotanti, motivarono Hale ad eseguire la misura del campo magnetico solare con esperimenti di spettroscopia Zeeman che ebbero successo nel 1908:   risultò che il campo delle macchie solari deve raggiungere i 103 gauss.
Poiché anche la Terra possiede un campo magnetico, la presenza di effetti elettrodinamici in astrofisica fu da allora accettata.
Nel 1919 Larmor avanzò la prima teoria dinamo per spiegare la produzione di campi magnetici persistenti su scala astrofisica.   Nel 1933 Cowling discusse come il campo potesse essere trasportato alla superficie da moti convettivi subfotosferici a formare le macchie solari, proponendo euristicamente il principio di congelamento delle linee di forza in mezzi conduttori fluidi.
Kiepenheuer ne dedusse che materiale solare espulso dalla corona potesse portare con se un campo magnetico: si trattò della prima ipotesi di un vento solare magnetizzato.
Nel 1937 Ferraro derivò la legge di isorotazione, secondo la quale una massa fluida, magnetizzata e rotante in modo differenziale, è stabile solo qualora la velocità angolare sia costante su superfici equipontenziali del campo magnetico:   diversamente lo “stiramento” del campo magnetico, congelato dalle linee di forza, farebbe nascere un campo toroidale e di conseguenza una forza di reazione.
Un altro campo di indagine, che fu di grande stimolo per lo sviluppo dell’elettrodinamica cosmica, fu lo studio delle tempeste geomagnetiche, da parte di Chapman e Ferraro (1932-1933).
Questi autori, provarono che esse sono dovute all’interazione del gas ionizzato emesso dal Sole, con il campo magnetico dipolare terrestre.
Infine nel 1942 Alfvén formulò le equazioni complete della magnetoidrodinamica ideale, cioè per mezzi a conduttività elettrica infinità, derivando il “Teorema del congelamento del plasma – campo magnetico”;     ricavò inoltre l’apparire di un nuovo tipo di onde nei fluidi conduttori, proprio dovuto all’interazione tra campo magnetico e fluido.
Le linee di campo sono dotate di tensione e quindi una perturbazione può propagarsi lungo esse, analogamente a quanto avviene per le corde vibranti.    Queste onde esistono sia in mezzi compressibili, sia incompressibili e permettono il trasporto di energia su lunghe distanze senza il trasporto di materia;   in gas incompressibili non carichi elettricamente, le onde non possono invece propagarsi.
Un altro importante concetto, introdotto da Alfvén, fu quello di centro di guida, con il quale si può discutere in maniera completa il moto di particelle cariche singole in campi elettromagnetici comunque complessi, isolando la girazione intorno alle linee magnetiche da moti di deriva traversa e da moti longitudinali alle linee.
Con questo metodo Singer poté calcolare le traiettorie delle particelle cariche provenienti dal Sole e intrappolate dal campo magnetico terrestre, ricavando l’esistenza delle fasce di Van Allen, molto prima della loro scoperta.
Di conseguenza fu possibile interpretare la fenomenologia della magnetosfera terrestre, con le tempeste geomagnetiche, la coda geomagnetica e le zone di dissipazione.
Dal 1950 l’elettrodinamica venne largamente applicata allo studio della fenomenologia dell’attività solare:    macchie, brillamenti, protuberanze, ciclo solare, vento;   venne in particolare messo in evidenza che le strutture magnetoidrodinamiche sono instabili, possono cioè deformarsi e distruggersi su tempi scala anche relativamente rapidi.    Inoltre il concetto ideale di “congelamento plasma – campo magnetico”, venne progressivamente rilassato per tenere conto degli effetti di dissipazione delle correnti tramite la conduttività (resistività) elettrica.
In particolare, proprio in relazione all’attività solare, apparve chiaro come le instabilità resistive e di riconnessione magnetica, possono dare origine a rilasci di energia magnetica in energia cinetica su tempi scala brevi (brillamenti solari).
I modelli magnetoidrodinamici comportano fenomenologie molto complesse con molti gradi di libertà, e quindi con dipendenza da un numero elevato di parametri fisici di difficile misurazione in astrofisica.
Basti pensare ai dati osservativi che dal 1991 giungono dai satelliti per le osservazioni a raggi “X” – Yohkoh e Trace – fornendo lo svilupparsi dell’attività solare in tempo reale:    anche se si intravedono comportamenti generali consistenti con le teorie dell’astrofisica dei plasmi, molti aspetti, e non di dettaglio, appaiono ancora del tutto inspiegati.
Sempre negli anni 50 del secolo scorso le teorie magnetoidrodinamiche iniziarono ad essere applicate anche in altri campi dell’astrofisica.       Era ormai evidente, dallo studio dei raggi cosmici e dalla radioastronomia, come campi magnetici e particelle cariche libere rappresentino una delle componenti essenziali dell’Universo.
Fermi (1955) sviluppò un modello per l’accelerazione dei raggi cosmici nella galassia, utilizzando l’interazione di particelle sopratermiche con nuvole magnetizzate.
Shklovskij (1953) e Ginzburg (1959), proposero che l’emissione radio non-termica di stelle e galassie in fasi evolutive di estrema condensazione e forti campi gravitazionali fosse dovuta a radiazione sincrotrone di elettroni relativistici in campi magnetici.
Nel 1969 Lynden-Bell avanzò l’ipotesi che l’energetica dei nuclei galattici attivi potesse essere interpretata attraverso il processo di accrescimento di materia verso un buco nero di grande massa:    nel 1974 Rees intuì che la presenza di campi magnetici potesse modellare il fenomeno, costituendo anche la base dei processi di espulsione di getti supersonici, osservati nelle radiosorgenti estese.
Pure le stelle normali presentano comportamenti collettivi dinamici.
Infine le osservazioni in situ per mezzo di sonde spaziali del plasma interplanetario, hanno mostrato come l’interazione del vento solare con le magnetosfere planetarie sia dominata da effetti cinetici.
Tutta la ricca ed inspiegata fenomenologia astrofisica di attività stellare e galattica, dei mezzi diffusi e delle variabilità è largamente guidata da simili effetti.
C)  – Teoria dell’Universo elettrico o cosmologia del plasma
“Dobbiamo reimparare che la scienza avulsa dagli esperimenti è un’impresa suscettibile di smarrirsi del tutto in fantasiose congetture” (Hannes Alfvén , G. Arrhenius – Evolution of the solar system – 1976).
Hannes Alfvén, svedese, premio Nobel per la fisica (1970) per i suoi studi sul plasma, è stato il pioniere della “Teoria dell’Universo elettrico o cosmologia del plasma”.
Partendo dagli esperimenti compiuti negli anni 30 sul plasma e sui raggi cosmici, basandosi sugli studi di Birkeland sulle aurore boreali, di Larmor sulla “Teoria dinamo”  in astrofisica, elaborò quella che lui stesso chiamò “elettrodinamica cosmica”  con i suoi cinque concetti base:
  1. L’accelerazione elettromagnetica di particelle, quali i raggi cosmici.
  2. Il generatore omopolare di grandi campi elettrici nello spazio.
  3. L’esistenza di correnti di grande scala.
  4. L’esistenza di campi magnetici.
  5. Il plasma quale portatore di correnti nello spazio.
Nella seconda metà degli anni 20 del XX° secolo fu messo a punto uno strumento chiamato “ciclotrone”;     questo generava campi elettrici e magnetici,  i primi per accelerare e i secondi per pilotare particelle ad alta energia;   Alfvén prese spunto dagli effetti di questo strumento per il primo dei suoi cinque concetti.
Il generatore a disco di Faraday (generatore omopolare o unipolare), è il più semplice apparato per generare campi elettrici;    infatti ruotando un disco conduttore in un campo magnetico si genera un campo elettrico tra l’asse e la circonferenza.    Alfvén sapendo che il Sole era dotato di campo magnetico (l’ipotesi di Bigelow del 1899 – e la conferma di Hale con le sue misure del 1908), pensò che le stelle doppie o binarie (che sono di norma molto comuni), ruotando l’una intorno all’altra potessero creare potentissimi campi elettrici e basò su ciò il secondo dei suoi cinque concetti.
Irving Larmuir, era un chimico statunitense, negli anni 20, studiando i comportamenti di gas ionizzati, si accorse che anche in condizioni di estrema rarefazione essi potevano trasportare correnti elettriche e chiamò questi gas “plasma”. Alfvén, che 15 anni più tardi ne stava studiando le dinamiche, ipotizzò potessero essere il mezzo interstellare di trasporto delle correnti elettriche generate dalle stelle doppie rotanti.
Sempre in quegli anni Alfvén si stava occupando delle misurazioni dei raggi cosmici, in virtù delle teorie allora proposte sulla loro origine, quella di Lamaitre sulla primordiale esplosione (il primo Big Bang, poi ripreso da Gamow negli anni 50), e quella di Jeans e Millikan sull’annichilazione o fusione nucleare di origine sconosciuta.
I risultati delle misurazioni dei raggi cosmici gli fecero capire che questi non potevano essere stati accelerati, fino ai livelli energetici da lui rilevati, da ipotetiche esplosioni primordiali o da sconosciute annichilazioni o fusioni nucleari; semplicemente l’osservazione non si accordava con le ipotesi.
L’unica soluzione poteva risiedere nella presenza, in tutto l’Universo, di “plasma interstellare” e di imponenti correnti di gas ionizzati, i quali originando campi elettrici potevano accelerare i raggi cosmici fin quasi ai valori da lui rilevati (1TeV).
Questi ragionamenti diedero origine agli ultime tre, dei suoi cinque concetti, che negli anni  40 presero il nome di “Modello o teoria magnetoidrodinamica”, che riformulò durante gli anni 50 e 60, dopo essersi reso conto dei limiti della sua teoria sul “Congelamento delle linee di forza di campo magnetico in plasmi a conducibilità infinita”, che portò i fisici che studiavano la fusione nucleare tramite plasmi a confinamento ad un totale nulla di fatto, per aver ostinatamente perseguito una teoria, dallo stesso Alfvén rivista ed aggiornata.
Le osservazioni dei satelliti, e l’affinamento degli strumenti, portò gli astrofisici negli anni 80 e 90 ad individuare imponenti flussi di correnti elettriche trasportate da filamenti di plasma su scala galattica, che confermarono gli studi, le teorie e le previsioni fatte da Alfvén e dai fisici che stavano sostenendo la “cosmologia del plasma”.
Appare chiaro come da decenni esista una teoria alternativa (punto “C”) alla visione cosmologica di un Universo nato dal Big Bang e governato dalla gravità, dove, supportati da osservazioni, si propongono concetti in sintonia con queste e dove emerge l’indiscussa natura elettrodinamica dell’Universo.
Significativo il punto “B”, a riprova di quanto già affermato relativamente al dualismo concettuale che persiste in  astrofisica, dove da un lato non si nega la natura elettrica dei fenomeni che interessano la dinamica dell’Universo, e dall’altro la smentita che questi fenomeni possano avere influenza in cosmologia, trascurando con disarmante naturalezza, ovvietà osservative.
Ritorniamo al Sole, e a quelli che abbiamo visto essere i legami elettromagnetici indissolubili che uniscono la  magnetosfera solare a quella terrestre;   conosciamo i “portali magnetici” che connettono le due magnetosfere, e conosciamo i fenomeni elettrodinamici che regolano fotosfera e corona solare e che smentiscono la concezione di un Sole termonucleare.
Gli scienziati hanno sempre rilevato che i flussi di vento solare influenzano in vario modo la magnetosfera terrestre, ciò dipende da molti fattori che variano al variare delle manifestazioni coronali, della direzione del vento, ecc.
I ricercatori sanno che il vento solare quando punta le linee del campo terrestre in direzione Sud, può momentaneamente aprire dei “buchi localizzati” di piccole dimensioni nel campo stesso, in cui possono fluire liberamente verso la superficie le particelle cariche provenienti dal Sole.
Ma sanno anche che quando lo stesso vento punta in direzione Nord (northern IMF) l’interazione con il campo magnetico rafforza le barriere protettive che schermano la Terra.
Il 3 Giugno 2007, le cinque sonde NASA del progetto “THEMIS” in transito nella magnetosfera, rilevano un imponente flusso di vento solare che corre liberamente verso la Terra senza alcuna barriera protettiva ad ostacolarne il cammino.
Il flusso solare è un “norther IFM”, perché punta chiaramente a Nord, ma la magnetosfera terrestre anziché rafforzarsi come di solito in queste occasioni, si spalanca al vento, aprendo un varco delle dimensioni di quattro diametri terrestri.
Gli scienziati che seguono le sonde THEMIS sono del Goddard Space Flight Center, che  abbiamo già visto essere l’ente scientifico che ha scoperto i “portali magnetici”;   così gli stessi scienziati commentano questa nuova scoperta: David Sibek “ Questa scoperta altera fondamentalmente la nostra comprensione dell’interazione tra vento solare e magnetosfera “.  Wenhui Li  “ L’apertura era enorme, quattro volte la Terra stessa “ . Jimmy Reader  “  Abbiamo visto cose come questa  prima ma mai di tale scala. L’intero lato giornaliero della magnetosfera era aperta al vento solare. Questo cambia la nostra comprensione dell’universo 1027 particelle per secondo stavano fluendo nella magnetosfera. Questo tipo di flusso è nell’ordine di magnitudine più grande di quanto abbiamo pensato possibile “.
Quanto sopra esposto ci ha condotti, se pur sommariamente, a prendere visione di concetti e teorie riguardanti discipline scientifiche importanti;   percorso necessario per introdurre un’ipotesi inerente ad una diversa collocazione fisica e concettuale del Sole, nonché del suo indissolubile legame con il nostro pianeta.
L’ipotesi che presenteremo si basa su una ricerca di carattere interdisciplinare, in cui le teorie cosmologiche riguardanti il Sole e più in generale, gli oggetti celesti e l’Universo, sono un’estrapolazione di considerazioni di carattere oggettivo, relative alla genesi, e all’evoluzione della società umana, e alla percezione del concetto di  “realtà” che circonda ed accompagna la vita degli esseri umani che popolano la superficie esterna del pianeta Terra.
La presentazione di questa proposta riguardante il Sole, è anche un’occasione per approfondire i concetti di alcune teorie che attualmente sono alla base della corrente cultura scientifica, ma che a nostro avviso, scontrandosi con le  osservazioni, non fanno che avvalorare il sospetto secondo il quale la “realtà” in cui è immerso l’essere umano è di fatto “virtuale e manipolata”.
Fine prima parte

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