san_gimignanoRoberto RIGHETTO
tratto da: Avvenire, 28.1.1999

Ci fu davvero la paura dell’anno Mille?
Gli storici propendono per il no, ma restano dubbi.
Eco, riprendendo Focillon, ha scritto che non fu un’età di terrore, ma molti dati indicano il contrario

Ma insomma, ci fu davvero la “grande paura”? Alla fine del primo millennio, le popolazioni che abitavano il Vecchio Continente credettero sul serio ad un’imminente fine del mondo? La questione, che da sempre ha interrogato gli storici, si è riproposta di recente anche sulle pagine dei quotidiani: nella querelle, ad esempio, tra il nostro giornale e la Stampa sul cristianesimo di oggi, Franco Cardini ha ricordato come la vicenda dei timori dell’anno Mille non abbia molto fondamento, mentre Barbara Spinelli (citando alcuni storici, ma non sempre in modo fondato, come Focillon) si è permessa di esprimere qualche dubbio. Poche settimane fa nella consueta rubrica sull’Espresso Umberto Eco ha ribadito quello che pare appurato dalla storiografia: “Alla fine del primo millennio di terrori non ce ne sono stati”. Proprio citando l’affascinante studio dello storico dell’arte Henri Focillon («L’anno Mille», uscito nel ’52 e solo alla fine del ’98 tradotto in italiano da Neri Pozza), il noto semiologo si allinea con chi ha considerato i terrori dell’anno Mille come un’invenzione romantica, un mito che già alla fine dell’800 ha però iniziato ad incrinarsi.

Ma se è vero che nessun documento attesta che la notte del 31 dicembre del 999 le folle si siano radunate nelle chiese implorando il perdono divino ed aspettando la fine dei tempi, non per questo la vicenda dei presunti terrori può essere liquidata sommariamente. Riapre la polemica, scagliandosi soprattutto contro gli storici d’estrazione marxista, lo studioso inglese Damian Thompson sull’ultimo numero della rivista «Concilium», edita da Queriniana. “Mentre si avvicina il terzo millennio cristiano – scrive Thompson – la vitalità della “leggenda dell’anno Mille” rimane intatta”. Gli storici delle varie scuole possono deridere la questione fin che vogliono, ma per il docente di Oxford , già noto in Italia per il volume «La fine del tempo», uscito da Neri Pozza due anni fa, è indubbio che quella data segna una demarcazione profonda. L’Europa era sconvolta come non mai dalle scorribande dei nuovi barbari a Nord e dalle orde musulmane a Sud; carestie e pestilenze facevano del Vecchio Continente un territorio misero e spopolato; fanatismi e nuove eresie si diffondevano un po’ ovunque; violenze d’ogni tipo colpivano la popolazione; ed è anche vero che lo spartiacque del Mille – e quello del 1033, altra data in cui si diffusero nuovi timori, in coincidenza con l’anniversario della morte di Cristo – fu seguito da una forte rinascita economica e culturale.

Quando ci parla del “manto bianco” che ricoprì l’Europa poco dopo la fine del millennio, riferendosi alle cattedrali romaniche, Rodolfo il Glabro aveva allora ragione? Davvero l’umanità, scampato il pericolo, riemerse da quella prova con uno slancio rinnovato? Certo, dice Thompson, non ci sono prove documentarie sulla “grande paura”, ma una profonda ansia millenaristica percorse quei decenni: calamità naturali come una spaventosa eruzione del Vesuvio, incendi di chiese e città fra cui Gerusalemme, misteriosi portenti come una strana concatenazione di eclissi di sole, il movimento della “pace di Dio” che clero e monaci vollero per porre un freno ai nobili in guerra. Senza prendere per buone le tesi revisioniste e davvero forzate di Richard Landes, direttore del Center for Millennial Studies dell’università di Boston, che ha rilanciato come assolutamente realistica la tesi dei terrori dell’anno Mille mettendo sotto accusa la Chiesa, la quale avrebbe cancellato ogni traccia della paura perché non voleva avallare inquietudini che potevano far crollare un intero sistema, Thompson ribadisce che l’anno Mille non fu un anno come qualsiasi altro.
Al di là di resoconti fantasiosi e di giustapposizioni ideologiche, anche uno storico come Georges Duby si è occupato con serietà dell’anno Mille. E in più volumi (fra cui «L’anno Mille. Storia religiosa e psicosi collettiva», pubblicato da Einaudi nel’83). Anche per lui il panorama dell’Occidente alla fine del primo millennio è di una spaventosa desolazione, “un mondo rozzo che a paragone di Bisanzio o di Cordoba appare nudo e poverissimo, un mondo primitivo assediato dalla fame”. Cercando di dare una spiegazione delle origini del feudalesimo, Duby pare accreditare la descrizione di Rodolfo il Glabro (che scriveva le sue Storie nel 1040), anche se per lui l’anno Mille rappresenta non tanto l’ora del Giudizio quanto l’inizio di una vera e propria svolta nella storia dell’Europa. Se è vero che disastri naturali e carestie furono fenomeni che caratterizzarono tutto il Medioevo e non certo solo il X secolo, per Duby “è indubitabile che le agitazioni dalle quali il mondo è abitualmente turbato assunsero maggiore intensità con l’approssimarsi del millesimo anniversario della Passione”.
Anche per lo storico Guy Bois, autore nell’89 del saggio «L’anno Mille», il mondo si trasforma (in Italia tradotto da Laterza) “la frattura dell’anno Mille è infinitamente più profonda di quanto non si dica o si pensi di solito”. Analizzando la vita di un villaggio francese fra il X e l’XI secolo (quello di Lournand, vicino all’abbazia di Cluny), Bois rileva come con l’avvicinarsi della fatidica data si verificò un brusco calo degli scambi commerciali e un forte aumento delle donazioni da parte dei proprietari terrieri a favore dei monaci, segno della ricerca di protezione in un momento di crisi. Solo economica o anche spirituale? Bois segnala poi un improvviso e generalizzato aumento delle violenze a partire dal 980-990, contro le quali solo la Chiesa poté costruire un argine data l’impotenza pressoché totale del potere politico: un tentativo di ristabilire l’ordine contro aggressioni e distruzioni che sfociò nel già citato movimento della «pace di Dio», che prese avvio nel Meridione della Francia con i concili di Charroux e Narbona, rispettivamente nel 989 e 990. “Furono anni terribili – annota Bois – che raggiunsero il parossismo tra il 994 ed il 1000. Tutto si mescolava: i saccheggi dei guerrieri liberi da ogni controllo, la carestia, l’epidemia. Fu proprio il finimondo”.
Anche Bois, come Duby, non dà credito alla leggenda delle paure, ma entrambi sottolineano la svolta rappresentata dall’anno Mille: per loro è la vera fine dell’Antichità e l’inizio del Medioevo, il momento storico in cui l’Occidente dà segni di risveglio dopo secoli bui. Una rinascita tecnologica ed economica, ma anche religiosa, dato che dopo i primi anni dell’XI secolo scatta una forte cristianizzazione delle campagne, fenomeno definito da Bois “di lunga durata”.
Nel suo studio Focillon se la prende con la gente colta che ancora crede alla fantasia dei terrori, una teoria “senza fondamento”, ma egli stesso è costretto ad ammettere che “l’uomo dell’Occidente nell’anno Mille toccò il culmine di concentrazione delle calamità che lo avevano tormentato per tutto il corso del X secolo”. Solo una casualità? Come stupirsi se la credenza della fine del mondo venne risvegliata dall’avvicinarsi del 31 dicembre 999? Lo stesso Focillon sottolinea che il pensiero dell’Apocalisse accompagna il Medioevo in tutta la sua evoluzione e che il sentimento della “sera del mondo” si manifesta molto prima di quella data. L’impressione che il mondo invecchiasse e fosse destinato a un declino certamente caratterizza il mondo occidentale sin dai tempi del crollo di Roma. Sta di fatto, come annota un altro storico francese, Edmond Pognon, nell’opera «La vita quotidiana nell’anno Mille» (Rizzoli 1989), che “i cristiani del primo Medioevo leggevano molto l’Apocalisse, come attestano i manoscritti del X e XI secolo giunti sino a noi”. È fra l’altro documentato che negli ultimi anni del 900 i crocefissi di legno che abbellivano le basiliche degli imperatori germanici raffiguravano Cristo non più trionfante ma torturato e morente. Proprio mentre ci avviciniamo alla conclusione del secondo millennio dell’era cristiana, la tanto vituperata leggenda appare un po’ meno inventata di come certi storici l’hanno dipinta.

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