Il poeta Torquato Tasso

Il poeta Torquato Tasso

Orazio GNERRE – Gianandrea de ANTONELLIS
Torquato Tasso

tratto da: Orazio GNERRE – Gianandrea de ANTONELLIS, Kultur.
Panorama storico-critico della letteratura italiana, 2007.

L’unica vera voce di poesia della seconda metà del Cinquecento è quella di Torquato Tasso. Non perché non agiscano su di lui quegli atteggiamenti che costituiscono la crisi del suo tempo; ma perché dal loro incontro con la sua tormentata personalità di poeta nasce un canto elevato e spesso drammatico.

La vita

Torquato Tasso nacque a Sorrento nel 1544. Il padre Bernardo, un letterato cortigiano al servizio dei principi Sanseverino, era stato mediocre autore di poemi cavallereschi scritti ad imitazione del «Furioso».

La fanciullezza di Torquato fu assai triste e fu questo certamente uno dei motivi che determinarono quegli scompensi psichici di cui poi parleremo. Il padre, costretto a seguire nell’esilio il suo sfortunato signore, non fu accompagnato dalla moglie che, per l’intromissione interessata dei fratelli, venne addirittura chiusa in un convento, dove morì. E così Torquato, ancora fanciullo, fu privato dell’affetto materno:

“Me dal sen de la madre empia fortuna pargoletto divelse […]” (Rime, 573 (O del grand’Appennino), vv. 31-32).

Seguendo il padre nelle tappe della sua peregrinazione politica, Tasso effettuò i suoi studi tra Salerno, Napoli – presso i Gesuiti -, Roma, Bergamo, Urbino. A Padova studiò prima diritto, poi lettere e filosofia: e fu allora che venne a contatto con quella «Poetica» di Aristotele che era il testo base della cultura letteraria. Iniziava intanto l’attività del poeta: conosciuta una dama della corte estense, Lucrezia Bendidio, scrisse per lei molte poesie; altre ne compose per Laura Peperara.

Intanto componeva il «Rinaldo», un poema epico che volle dedicare al cardinale Luigi d’Este: fu per questo, forse, che nel 1565 entrò al suo servizio, accolto così in quella corte estense che per il giovane poeta, suggestionato dalla fama ariostesca, era la meta dei sogni, una specie di pantheon dell’arte. E fu quello un periodo felice per Tasso, forse l’unico periodo felice della sua vita: al fervore dell’attività letteraria – fu il tempo in cui compose l’«Aminta» e la «Gerusalemme liberata» – si aggiungevano la stima del duca Alfonso – al cui diretto servizio era intanto passato -, la simpatia affettuosa delle principesse Lucrezia ed Eleonora, le facili avventure d’amore, il riconoscimento generale dei suoi meriti poetici. Poi comparvero i primi segni del male che lo tormenterà per tutto il resto della vita: il poeta fu preso da atroci dubbi sui risultati della sua opera poetica; temette che essa non corrispondesse né alla rigidità morale instaurato dalla Controriforma, né a quella “regolarità” dell’opera letteraria richiesta dalle tesi aristoteliche allora dominanti. Non solo volle che il suo poema venisse esaminato da una commissione di letterati – Sperone Speroni, Scipione Gonzaga, Silvio Antoniani – ma egli stesso volle essere esaminato dall’Inquisitore di Ferrara per accertarsi di non esser caduto in atteggiamenti eretici. Questi riconobbe la sua buona coscienza di cattolico, ma questo non gli bastò.

I dubbi, i contrasti interiori continuarono a tormentarlo e presto assunsero le forme di psicopatici complessi di persecuzione e di abbandono. Una volta, nella corte estense, credendosi spiato da un servitore, lanciò contro di lui un coltello. Fu per questo ricoverato nel convento di S. Francesco; fuggitone, si presentò travestito alla sorella annunziandole la propria morte per accertarsi, dalle reazioni di lei, dell’affetto che ancora gli si portava. Tornato a Ferrara mentre si celebravano le nozze del Duca, credendo che nessuno si curasse di lui, cominciò ad inveire contro il Duca e la corte. Perciò lo chiusero nell’ospedale di S. Anna a Ferrara, in una condizione di carcerato più che di degente. Qui fu afflitto da penose allucinazioni e da incubi: credeva di udir grida e di vedere folletti. Non mancarono però momenti di tranquillità, durante i quali attese alla composizione dei «Dialoghi» e di molte Lettere. Uscito da quell’ospedale-carcere, passò a Mantova, a Roma, quindi a Napoli, dove fu ospitato dai frati Olivetani, per i quali scrisse il poema «Il Monte Uliveto». Recatosi a Roma, dove sarebbe dovuto essere incoronato poeta, vi morì qualche giorno prima che si effettuasse la cerimonia. Era il 25 aprile del 1595.

La malattia
Si parla assai comunemente di pazzia del Tasso. Sebbene “pazzia” non sia termine scientifico che determini una particolare malattia mentale, crediamo che Tasso non sia stato pazzo nell’accezione comune del termine: un pazzo non può comporre quei dialoghi e quelle lettere scritte nell’ospedale di S. Anna, né soprattutto può operare – quanto appunto fece in quegli anni – quel rifacimento della «Gerusalemme liberata» in «Gerusalemme Conquistata» che, mediocre da un punto di vista della poesia, è comunque effetto di una pianificazione strutturale così logica e consequenziale, che non può essere di una mente malata.
Quello del Tasso fu soprattutto un male del temperamento. Era un ipocondriaco e perciò disposto a crisi depressive e nevrotiche: lo stato depressivo lo portava all’insoddisfazione di quanto faceva, alla preoccupazione di sbagliare, all’incapacità di assumere energiche posizioni e di difenderle a fondo, alle contraddizioni continue, alla malinconia, all’impressione di sentirsi ora abbandonato e trascurato, ora perseguitato e minacciato. Scriveva ad un amico: “O io sono non solo d’umor malinconico, ma quasi matto, o ch’io sono troppo fieramente perseguitato!”.
E’ stato detto che Tasso atteggiava nel dichiararsi e dimostrarsi malato. Forse è vero: ma anche quell’atteggiare era un sintomo di malattia, anche quel ritenersi malato era un soffrire della propria convinzione di soffrire: “Sono frenetico già molti anni, e per la frenesia impedito in tutte le operazioni della mente […] la mia fortuna è stanca come l’ingegno; e l’infermità mi ha fatto più povero di speranze”.
Si è cercato qual fosse la causa del male del Tasso; i critici l’hanno trovata in una complessità di ragioni, tutte più o meno legate alla sua condizione di poeta, alla sua formazione letteraria, alla sua posizione nella storia della cultura italiana. C’è chi, come i romantici, vede in lui il poeta puro che si scontra con la realtà gretta e meschina ed impazzisce per essere rimasto fedele ai suoi sogni; chi, come De Sanctis, lo ritiene vittima del dissidio tra il Rinascimento “pagano” e la Controriforma cattolica; chi ancora, come Croce, pretende che il suo animo rinascimentale abbia subito violenza da parte della rigidità cattolica e della precettistica aristotelica. Certamente, ciascuna di queste ragioni o tutte insieme acuirono o diedero forma al male del Tasso. Ma esso nasceva dal di dentro, affondava le sue radici nelle zone patologiche del suo temperamento, era effetto dei traumi psicologici dell’infanzia. Forse, l’amore di una donna o una salda coscienza morale lo avrebbe guarito: ma Tasso, che pur amò tante donne e nutrì tante preoccupazioni morali, non ebbe né l’uno né l’altra.

Le prime opere

a) Il Rinaldo
Tralasciando i primi componimenti, quelli adolescenziali aventi semplice significato di tirocinio poetico, il «Rinaldo», composto dal Tasso all’età di appena diciotto anni, ci sembra la prima opera degna di essere presa in esame. Si tratta di un poema epico cavalleresco, naturalmente in ottave, scritto ad imitazione non tanto del «Furioso», quanto invece dell’«Amadigi» del padre o di «Girone il cortese» dell’Alamanni (1). Infatti l’autore, seguendo la precettistica aristotelica che voleva si rispettasse nei poemi l’unità di azione, sviluppa il racconto intorno ad un solo personaggio. Questi è Rinaldo che, per emulare la gloria del cugino Orlando e per conquistare l’amore della sua Clarice, si fa cavaliere errante.
Ma in questo Rinaldo assetato di gloria e d’amore s’intravede già un riflesso dell’animo del Tasso e si prospetta così una delle caratteristiche della sua poesia: l’egocentrismo dell’ispirazione.

b) L’Aminta
Nel 1573, per una festa di corte, Tasso compose di getto l’«Aminta», dramma pastorale – il poeta lo disse favola pastorale – in cinque atti. Il genere non era nuovo: si ricollegava al filone della poesia pastorale trattata da Poliziano e Sannazaro, intorno al quale già Agostino Beccari aveva composto un dramma pastorale intitolato «Il Sacrificio». Si trattava insomma di un genere che nasceva dal dare forma drammatica e teatrale all’ecloga pastorale di derivazione classica. Tasso rese “regolare” questo genere, rispettando in esso le regole aristoteliche: perciò l’azione del dramma si svolge in un sol giorno ed in un sol luogo: un passo tra i boschi. L’azione è semplice, essenziale: il pastore Aminta è innamorato, non corrisposto, della bella Silvia; soltanto una sua indiscutibile prova d’amore potrà alla fine piegare la fanciulla e le nozze saranno così celebrate.
Qui, però, il mondo pastorale è soltanto una veste: sotto le sembianze dei pastori si scoprono le maniere dei cortigiani ed il loro modo elegante – nonché artificioso – di agire e parlare. «Quest’opera che voleva essere celebrazione di un’età di natura fuori di ogni convenzione sociale, si risolve poi in una celebrazione della corte e dei suoi eroi» (Petronio).
Quel che di realmente naturale e spontaneo è nell’«Aminta» è la sua filosofia: «S’ei piace, ei lice» (Atto I, sc. 2.). Nato in un momento di grazia del poeta, in uno dei suoi pochi momenti sereni e felici, questo dramma pastorale ripete per l’ultima volta quello che era stato il canto edonistico di Lorenzo e di Poliziano: il canto di una società assetata del piacere di vivere, forse perché presaga della brevità dei tempi felici:
“Amiam, che il sol si muore, e poi rinasce;
a noi sua breve luce
s’asconde e ‘l sonno eterna morte adduce” (Atto I, sc. 2. I versi sono quasi la trascrizione di un carme di Catullo).
E’ leggendo versi come questi, che Croce ricavava l’impressione che Tasso fosse «l’ultima grande voce del Rinascimento».

c) Le Rime
Sono quasi duemila e di vario metro: sonetti, madrigali, canzoni. Quelle encomiastiche e di circostanza, e sono purtroppo la maggior parte, hanno scarso valore artistico; ma le rimanenti hanno tali pregi d’arte da essere tra le composizioni più belle della lirica del Cinquecento. Tema predominante è l’amore – per la Bendiddio, per la Peperara, per Eleonora e Lucrezia d’Este -: un amore languido e sensuale, che della passione non conosce la forza, ma la tristezza e i sospiri. Da un tal sentimento non poteva che nascere un linguaggio poetico fatto di immagini delicate e lucenti, di parole belle, vaghe e graziose.
La Gerusalemme Liberata
La «Gerusalemme liberata» è il capolavoro del Tasso, perché è l’opera nella quale confluiscono, armonizzandosi tra loro e trasfigurandosi poeticamente, tutti gli atteggiamenti della sua personalità e le componenti della sua cultura: religiosità, spirito cavalleresco, aspirazione all’eroico ed al grandioso, intuizione malinconica del vivere, sentimentalismo voluttuoso; ed anche: impegno morale, cultura classica, accettazione del gusto e della retorica del tempo.

a) La composizione
Non è facile determinare gli anni durante i quali il Tasso lavorò intorno al suo poema, perché fu esso l’oggetto costante dei suoi pensieri e delle sue cure per quasi tutta la vita: infatti, aveva sedici anni appena il poeta quando compose il primo libro della «Gerusalemme» – poi da lui rifiutato – e sarà vicino alla morte quando pubblicherà quel poco fortunato rifacimento del poema di cui in seguito parleremo. Comunque, la «Gerusalemme liberata», nella sua stesura più perfetta, fu terminata intorno al 1575. Tanto impegno nasceva dal fatto che il poeta sentiva che quello e non altro poteva essere il poema del suo tempo. Scrivere, infatti, un poema sulla prima crociata in un periodo di rilancio religioso qual era quello della Controriforma ed in un momento in cui il pericolo turco costituiva il problema dominante – si ricordino la caduta di Costantinopoli, il massacro di Otranto, la battaglia di Lepanto – significava scrivere un libro che noi oggi definiremmo “impegnato” e di grande attualità.

b) Il genere e l’argomento
La «Gerusalemme liberata» è un poema eroico in venti canti, il cui metro è l’ottava. Per comprendere cosa significhi “poema eroico” è necessario rifarsi a quanto Tasso stesso dice nei suoi trattati di retorica: «Discorsi dell’arte poetica» e «Discorsi del poema eroico». In questi trattati l’autore, inserendosi nelle dispute retoriche del tempo e credendo di cogliere lo spirito della «Poetica» di Aristotele, sostiene che il poema eroico deve essere «azione illustre, grande e perfetta tutta», deve essere sostenuto dalla «autorità della storia» e dalla «verità della religione» ed arricchito da un «meraviglioso verosimile», che altro perciò non può essere che il soprannaturale cristiano. Un poema, insomma, nel quale: “qui si leggano ordinanze di eserciti, qui battaglie terrestri e navali, qui espugnazioni di città, scaramucce e duelli, qui giostre, qui descrizione di fame e di sete, qui tempeste, qui incendi, qui prodigi; là si trovino concili celesti ed infernali, là si vedano sedizioni, là discordie, là errori, là venture, là incanti, là opere di crudeltà, di audacia, di cortesia, di generosità, là avvenimenti d’amore, or felici, or infelici, or lieti, or compassionevoli; ma che nondimeno uno sia il poema, che tanta varietà di materia contenga, una la forma e la favola sua, e che tutte queste cose siano di maniera composte che l’una l’altra riguardi, l’una all’altra corrisponda, l’una dall’altra o necessariamente o verisimilmente dipenda, sì che, una sola parte o tolta via o mutata di sito, il tutto ruini”.
Da ciò è facile notare quanto, almeno nella struttura, il poema eroico si differenzi dal poema cavalleresco: quello era tutto affidato alla fantasia del suo autore, era ricco di una varietà infinità di episodi, era determinato dal fortuito e dal magico; questo è basato su un fatto storico, è raccolto intorno ad un solo fatto centrale, ha uno svolgimento vero o verosimile.
Perciò, semplice è la trama della «Liberata». L’armata crociata, guidata da Goffredo di Buglione, giunge dinanzi a Gerusalemme, di cui è re Aladino, e la cinge d’assedio. Ma espugnare la città risulta sempre più difficile per i Cristiani: una maga saracena, la bella Armida, riesce con le sue arti a sottrarre molti valorosi guerrieri al campo crociato. Anche Rinaldo, ucciso in un impeto d’ira un compagno d’armi, abbandona il campo per sfuggire al giusto castigo. Per di più una grande torre degli assedianti viene bruciata dai nemici, né è facile sostituirla perché la vicina selva da cui trarre il legname necessario è stata incantata. Finalmente Rinaldo torna al campo e libera la selva dall’incantesimo. Ora gli avvenimenti precipitano verso una felice conclusione: i Cristiani assalgono Gerusalemme e la espugnano.
In questa breve sintesi dell’argomento non hanno trovato posto altri personaggi – come Tancredi, Clorinda, Erminia, Argante – importanti sotto il profilo psicologico ed artistico, non indispensabili però nell’economia generale del poema.

c) I motivi poetici
Il perché ora personaggi non fondamentali per quanto riguarda l’azione del poema abbiano grande rilievo psicologico ed artistico dipende dal fatto che nello schema epico-eroico della «Liberata», si sviluppa tutta una vena elegiaca che nasce dalla particolare visione che il poeta ha della vita e del destino degli uomini. Ne deriva così che non Goffredo – che pur in un primo progetto avrebbe dovuto dar nome al poema – è il protagonista della «Liberata», quale eroe-duce della Guerra Santa, ma invece Tancredi o Rinaldo, per il fatto che essi rappresentano particolari aspetti del sentimento e dell’animo tassesco. Rinaldo rappresenta l’irrequietezza del Tasso, gli scatti d’ira, il desiderio di gloria, la sensualità; Tancredi, invece, ne rappresenta le intime contraddizioni, i dubbi insolubili, la profonda malinconia. Ma per corrispondenza di sentimenti, o anche per contrasto, Tasso vive un po’ in tutti, o quasi, i suoi personaggi, che non hanno perciò quella vita autonoma e distaccata che avevano i personaggi del «Furioso».
Ed oltre che nei personaggi, la presenza del poeta si avverte nelle situazioni stesse del racconto, che volgono spesso al dramma e nascondono sempre un proprio rischio ed una ragione di infelicità; e nelle descrizioni della natura, che, agitata, mossa, quasi animata, diviene sfondo e riflesso delle ansie e dei tormenti dei personaggi – e la selva incantata da Ismeno e resa perciò indiavolata e furente ne è la voce più potente. Ciò spiega la preferenza del Tasso non per i meriggi panici e festosi, ma per le trepide albe e per i malinconici tramonti, per i paesaggi notturni e lunari. E’ su questi sfondi che Tasso colloca i momenti più drammatici e vitali del poema: è l’alba che spunta sulla morte di Clorinda e sulla purificazione di Rinaldo; è la notte che accompagna la trepida e sospirosa fuga di Erminia verso il campo cristiano. In situazioni come queste il personaggio e la natura diventano una sola cosa, vivono di una stessa trepidazione, hanno una sola anima.
La nota fondamentale della «Liberata», il suo tono melodico, è la tristezza: né poteva essere diversamente se in essa il poeta riversa tutto il proprio animo. Ne deriva che tutti i personaggi hanno una loro interiorità perplessa, malinconica, una vita fatta assai più di pensiero che di azione – perfino Solimano, personaggio minore e paladinesco, considera «l’aspra tragedia dello stato umano» (canto XX, 73) – e sono tanto più grandi quanto più soffrono e sono infelici. E ne deriva anche che tutti gli amori hanno una loro storia patetica: non conoscono mai l’ebbrezza senza pensieri, ma ora sono avvolti da una sensualità malinconica, torbida e quasi malata – com’è di Rinaldo ed Armida -, ora sono resi impossibili dalla legge morale – com’è quello di Erminia per Tancredi -, ora si risolvono, quasi si attuano, nella morte – come quello di Tancredi e Clorinda. In un mondo così concepito, dove non c’è posto per il riso e neanche per il sorriso, dove ogni storia vive di una sua prospettiva fatalmente triste ed inesorabile, l’eroicità se non è una maschera – ché in effetti apparteneva anch’essa ai sogni sinceri del poeta – è un ideale remoto: nella realtà poetica della Liberata i potenti e rumorosi colpi di spada hanno un suono fioco nei confronti dei sospiri e delle voci dell’anima.

d) Lo stile e la lingua
Da quel mondo poetico vagamente eroico e profondamente e sostanzialmente lirico ed elegiaco nasce il particolare stile del Tasso: che ora da l’impressione di essere grave e solenne, ora appare patetico e commosso; comunque mai serenamente e misuratamente disteso come il raccontare ariostesco. Sembra, insomma, che più che farci vedere le cose il Tasso voglia darcene l’impressione: perciò il suo descrivere, più che il suo raccontare, rifuggendo le linee chiare e nette, crea tutto un gioco di ombre e di penombre, una musicalità sospesa e sospirosa. Se a ciò si aggiunge un certo amore per le espressioni concettose, il gusto delle ripetizioni e delle contrapposizioni, la propensione al “parlar disgiunto”, alle pause, ad un proceder fratto e nervoso, si capirà quanto Tasso sia lontano dallo stile spiegato dell’Ariosto e come preannunzi la maniera barocca. Anche la lingua obbedisce ad una particolare ricerca retorica: le parole – come egli stesso diceva nell’Arte poetica – sono «non comuni, ma peregrine e dall’uso popolare lontane», sono «alte e magnifiche», vogliono avere una loro intonazione solenne che spesso contrasta con l’ispirazione sentimentale e dolente del canto.

e) Il rifacimento: la Gerusalemme conquistata
Quando Tasso, preso dai soliti scrupoli e dai dubbi sulla validità del suo poema, lo diede a leggere ad amici letterati – il Gonzaga, lo Speroni, l’Antoniano – questi vi rinvennero difetti di ogni specie: sul genere, sulla lingua, sullo stile ed anche sulla sincerità dell’ispirazione religiosa. Soprattutto lamentavano il fatto che il poeta poco si era attenuto ai modelli classici del genere eroico – Omero e Virgilio – e che aveva tenuto scarso conto della precettistica classicista. Tasso si difese, ma come sapeva far lui, cioè senza profonda convinzione sulla giustezza delle sue ragioni, concludendo che, forse, erano i suoi critici ad aver ragione e lui ad aver torto.
E così si diede da fare per modificare, tagliare, aggiungere: portò i canti da venti a ventiquattro (com’erano quelli dell’«Iliade»), soppresse alcuni episodi di amore (come quelli di Olindo e Sofronia), altri tagliò o modificò (come quelli di Armida e di Rinaldo) – e questo perché gli sembravano non degni di entrare in un poema di ispirazione religiosa – aggiunse descrizioni di armi e di battaglie, rivide la lingua: insomma cercò di dare al poema un aspetto più coerentemente religioso e più rispettoso delle regole retoriche correnti. Il poema, così rifatto, vide la luce nel 1593 e prese il titolo di «Gerusalemme conquistata»: soddisfece l’autore, che lo difese con una nuova «Apologia» – la prima l’aveva scritta precedentemente, in difesa della «Liberata» – soddisfece in parte qualche letterato del tempo, ma non certo la critica ed i lettori, perché non era opera di fantasia e di sentimento, ma un lavoro arido, nato da semplice programmazione letteraria.

Le ultime opere
Nell’ospedale-carcere di S. Anna, nelle pause dei suoi incubi e delle sue allucinazioni, Tasso compose quasi tutti i suoi venti «Dialoghi», che, seguendo lo schema dei dialoghi di Platone – sebbene l’autore si definisca peripatetico, cioè aristotelico – trattano di vari argomenti: l’arte, l’amicizia, la virtù, l’amore e la bellezza, la vita di corte, la famiglia. Il contenuto e le tesi di questi dialoghi sono ben poco originali, in quanto esprimono idealità e concetti diffusi nella trattatistica del tempo; tuttavia l’autore si dimostra sempre ragionatore sottile e scrittore assai accorto. Né mancano pagine vigorose e belle, quando – come avviene nel dialogo «Il padre di famiglia» – al di sotto della tesi che si discute affiora la tristezza del poeta per lo stato della sua esistenza o la nostalgia per una pace ed una serenità vanamente ricercate.
Anche buona parte delle «Lettere», senz’altro le più commoventi e drammatiche, vennero scritte nello stesso periodo. Non bisogna però credere che esse siano uno sfogo immediato dell’animo e tentare così di costruire su di esse una biografia intima del poeta: come tutto quanto è scritto per il pubblico – e le «Lettere» vennero scritte per essere diffuse – non manca in esse quell’attenzione letteraria che finisce col dare una veste alterata alla realtà interiore.
Tralasciando altri componimenti encomiastici o d’occasione – come la «Genealogia di Casa Gonzaga», il «Monte Uliveto», le «Lagrime di Maria Vergine», le «Lagrime di Cristo» – particolare citazione merita la tragedia «Re Torrismondo» (prima versione 1574, rifacimento 1587), la quale, anche se per l’argomento richiama «Eschilo», per il gusto degli intrighi e del tenebroso può dirsi di tipo senecano. E’ una tragica e fosca storia d’incesti ambientata in un tenebroso settentrione e nella sua disperata tristezza rappresenta il polo opposto dell’«Aminta»: non il momento di grazia e di serenità del poeta, ma gli anni più grevi e più cupi della sua esistenza.
Il mondo creato chiude la carriera poetica e letteraria del Tasso: è un poema di argomento biblico e di grandi prospettive, ma composto da un poeta ormai stanco e vicino a morire.

La fortuna del Tasso
Non appena diffusa, la «Gerusalemme liberata» venne giudicata sul metro dell’«Orlando Furioso»; ed i letterati, o almeno coloro che tali si ritenevano, si divisero subito in sostenitori dell’uno o dell’altro poema. Ne nascevano dispute lunghe ed oziose, che spesso degeneravano anche in liti e duelli; ed avveniva a volte, dopo tanto disputare, che i due avversari, riappacificandosi, confessassero di non aver mai letto né l’uno né l’altro poema. C’era a base di queste discussioni – alle quali peraltro parteciparono anche uomini illustri nel campo della cultura – un errore di fondo: quello di voler paragonare tra loro libri assai diversi, non tanto per il genere – l’uno cavalleresco, l’altro eroico – quanto per le diverse qualità poetiche e le diverse disposizioni spirituali dei loro autori. Epigoni illustri comunque il Tasso non ne ebbe, almeno per quanto riguarda la «Liberata»: il genere eroico, infatti, morrà sul nascere, seppellito nel corso del Seicento sotto i colpi della sua parodia. E la ragione era nel fatto che i tempi non erano più tali da ispirare un poema eroico.
Ma se non si impose a modello con la «Liberata», Tasso lo fu, ed in rilevante misura, con l’«Aminta». Dopo di lui, infatti, il dramma pastorale ebbe grande sviluppo: ed anche qui la ragione era nella corrispondenza con l’anima del tempo. Tra i tanti autori di questo genere fortunato – almeno per quanto riguarda numero di opere – fu Battista Guarini (Ferrara 1538 – Venezia 1612), autore del «Pastor fido» (1590), che incontrò subito il consenso dei lettori per la sua melodia verbale e i dolci sospiri. Ma il magistero tassesco non è in funzione di generi letterari, bensì di stile e maniera espressiva: in questo egli fu il vero maestro di quella letteratura dei secoli seguenti che accorderà la sua preferenza alla maniera sentimentale e musicale del dire.
1) Luigi Alamanni (Firenze 1495 – Amboise 1556), autore dei poemi «Girone il cortese» (1548) e l’«Avarchide» (postumo), nonché del poema didascalico «La coltivazione» (1546).

Tratto per gentile concessione da: www.storialibera.it

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