Di Alessandro Zaccuri

tratto da: Avvenire, 21.1.1999
Il poeta Dante Alighieri

Il poeta Dante Alighieri

A lungo emarginata, l’anagogia si ripropone come chiave interpretativa della “Commedia”. Ma di che cosa si tratta?

Le riserve di Maria Corti e gli esoterici di Sermonti
In fondo, basta non lasciarsi spaventare dalla parola. Che sembra astrusa, è vero, ma tutto sommato non è meno difficile di altre della stessa famiglia. Il termine in questione è anagogia, con l’accento sulla “i”. Viene dal greco ed è composta da anà, “in alto”, e dalla radice del verbo ago, “conduco”. Ciò che porta in alto, dunque. Nell’esegesi medievale, è il metodo che consente di decifrare il significato spirituale delle Scritture. Ed è anche uno dei quattro “sensi” che Dante attribuisce alla Divina Commedia. Oltre la lettera del testo, oltre il suo insegnamento morale, oltre le stesse allusioni di tipo allegorico, l’anagogia è la chiave che consente di accedere al nucleo più profondo del poema.
Ma è anche, in modo abbastanza clamoroso, uno degli aspetti meno indagati e senza dubbio meno divulgati dalla critica dantesca. Al punto che la notizia della nascita, a Bologna, di una “Scuola di anagogia” rischia di apparire tutt’al più una bizzarra curiosità. Ed è un peccato, perché l’anagogia è invece una faccenda seria, serissima. Fin troppo seria, forse, perché se ne parli in pubblico…
Questa, almeno, sembra l’opinione di una dantista come Maria Corti, che guarda con interesse all’iniziativa bolognese, ma subito dopo invita alla prudenza. “Il motivo per cui l’anagogia non è oggetto di divulgazione è molto semplice – spiega -, ed è l’estrema difficoltà della materia. In generale, la lettura di Dante richiede lo studio approfondito della filosofia medievale (e in questo, vorrei aggiungere, la conoscenza dell’opera di Alberto Magno aiuta ancor più di quella di Tommaso d’Aquino). Ma per quanto riguarda il processo di ascesa a Dio, occorre addentrarsi nel campo non meno complesso della mistica, distinguendo ciò che Dante ha attinto dalla tradizione cristiana e quanto gli deriva invece dall’apporto di autori arabi. Sono, lo ripeto, questioni molto sottili, del resto ampiamente affrontate da eccellenti studi specialistici. Ma per essere padroneggiate esigono cognizioni tecniche pressoché impossibili da semplificare. Non vorrei che il desiderio di divulgare a tutti i costi un’idea portasse a impoverirla”.
Vittorio Sermonti – autore di un colloquiale e accurato commento alla Commedia che lo ha portato, fra l’altro, a esporre davanti a Giovanni Paolo II il XXXIII canto del Paradiso – prova a spiegare da un altro punto di vista le relative sfortune dell’anagogia. “Fino a qualche decennio fa – ricorda – il ricorso all’interpretazione anagogica era la risorsa preferita dagli studiosi che si avvicinavano alla Commedia in una prospettiva esoterica. Il Dante cataro, il Dante templare, il Dante terziario francescano, socialista ante litteram o adepto dei “fedeli d’amore” sono i diversi risultati di altrettante letture “in codice” del poema, con continui ricorsi a un sovrasenso inattingibile. Il tentativo, insomma, è di farci credere che il testo del poema sia la copertura di un messaggio più profondo, che può essere compreso soltanto se si è in possesso della “chiave” giusta. Ma questa mentalità porta a snaturare completamente Dante, che è anzitutto un poeta popolare, il cui obiettivo non è condurre il lettore a un supremo sapere, bensì a un miglior essere. Quanto agli studi più recenti, direi che a partire dagli interventi di Charles Singleton e della sua scuola, siamo in grado di addentrarci in modo più meditato all’universo anagogico, senza prendere la scorciatoia delle interpretazioni cifrate”.
Negli ultimi anni, però, lo studioso che ha battuto in modo più coerente la strada di una interpretazione spirituale della Commedia non è un americano come Singleton, ma un italiano. Si chiama Vittorio Cozzoli ed è autore di diversi contrbuti sul poema dantesco, un volume l’ultimo dei quali – edito lo scorso anno da Battello di Trieste – si intitola appunto «Il viaggio anagogico». “È la mia storia personale – racconta – che mi ha portato a riscoprire la pluralità di significati tipica dell’opera dantesca, in un percorso che porta dal visibile all’invisibile. Credo che questo consenta di leggere la Commedia secondo le intenzioni di Dante, attingendo a una coerenza che non è soltanto “medievale”, e quindi riservata agli specialisti, ma universale. E, in quanto tale, vera e attuale anche per l’uomo di oggi. Sono convinto, del resto, che ciò che Dante scrive derivi in gran parte da un’esperienza mistica. Lo dico con chiarezza: la retorica medievale è indispensabile per accostarsi alla Commedia, ma non basta a spiegarla. Sempre che vogliamo davvero comprendere Dante e non adattarlo alla nostra sensibilità culturale, che ci porta a privilegiare gli elementi di tipo analitico e razionale”.
Un Dante maestro di spiritualità, dunque, o addirittura, come pure ha scritto Cozzoli, “sciamano”? “Di sicuro un poeta per il quale l’esperienza di fede è un fatto reale, direi tangibile – risponde lo studioso -. Dante non è soltanto un teologo. E neppure uno sciamano in senso antropologico, questo è chiaro, ma ciò non impedisce che il suo viaggio attraverso le anime dell’Aldilà rappresenti un invito per ciascuno di noi a riscoprire la propria anima. Senza timore di cadere in equivoci di tipo spiritualista: il motu proprio con cui, nel 1965, Paolo VI volle celebrare il settimo centenario della nascita del poeta resta a testimoniare l’assoluta ortodossia del messaggio di Dante”.
Articolo tratto dal sito: www.storialibera.it

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