signing-versaillesdi Luca GERONICO

Ottant’anni fa il trattato ridisegnava l’Europa. E liquidava gli imperi
Fejtö: “Il vero obiettivo era ridimensionare il ruolo dell’Austria cattolica”
Rumi: “Ma la Francia sbagliò i conti”
Canfora: “mostro diplomatico”
Di Nolfo: “Non idealizziamo gli Asburgo”

Si doveva respirare una grande emozione, ottanta anni fa, nella sala degli specchi della reggia di Versailles gremita di marsine, cilindri e bombette di diplomatici: i vincitori si riunivano per stabilire la pace, dopo una carneficina che ben presto imparammo a chiamare mondiale. Si aprì infatti il 18 gennaio del 1919 la conferenza di Versailles, dominata dai “quattro grandi”, il presidente statunitense Woodrow Wilson, il francese Georges Clemenceau, l’inglese David Lloyd George e l’italiano Vittorio Emanuele Orlando. Si dovevano ridisegnare confini ed equilibri d’Europa dopo aver sconfitto l’Austria-Ungheria di Francesco Giuseppe e la Germania di Gugliemo II. Ben presto si comprese come idealismo e speranze – consegnati alla Società delle Nazioni e ai “Quattordici punti” di Wilson per una nuova diplomazia – si fossero mortalmente abbracciati alle mire imperialistiche dei vincitori. Una “non pace” dunque, possiamo ora affermare, stipulata nei cinque trattati con Austria, Germania, Bulgaria, Ungheria e Turchia; una “non pace” dato l’enorme potenziale di violenza che il prosieguo del secolo doveva ancora tragicamente esprimere. Una “non pace”, ma forse non solo quello.

Infatti, se un secolo prima a Vienna, dopo Napoleone, le diplomazie scelsero con il principio di legittimità di salvaguardare le vecchie dinastie – Borboni di Francia compresi -, a Versailles caddero gli imperi, e fra essi l’impero per eccellenza, l’Austria-Ungheria degli Asburgo dal XIII secolo pietra angolare nel cuore della Mitteleuropa a difendere religione e confini da impero ottomano e da Russia zarista. Un processo inevitabile o un errore storico delle diplomazie che, tracciando i nuovi confini di Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Ungheria e una ridottissima Repubblica austriaca, aprivano il dramma dei Balcani e dell’Est europeo? “Non vi è nessuna prova dell’inevitabilità della caduta dell’impero austro-ungarico – afferma Giorgio Rumi, docente di Storia contemporanea a Milano – Tutte le nazionalità combatterono valorosamente nell’esercito imperiale fino al giorno prima dell’armistizio. L’Impero conservava ancora forze di coesione come il mercato, la tradizione dinastica e il cattolicesimo”. François Fejtö, lo storico francese autore alcuni anni fa del noto studio «Requiem per un impero defunto» (Mondadori), conferma: “All’interno dell’impero, descritto come una prigione di popoli, in realtà vi erano Stati di diritto all’occidentale, con libertà di stampa e, dal 1907, il suffragio universale. La distruzione dell’impero fu una decisione presa dai vincitori, non il desiderio dei popoli. Subentrarono nuove nazioni assolutamente utopistiche”.
Una vendetta consumata nel segreto delle cancellerie, dietro il paravento dell’autodeterminazione dei popoli? “Ma nel ’17-’18 scompaiono anche l’impero zarista, l’impero turco e l’impero tedesco. È il concetto di impero multinazionale dinastico che non regge più – ribatte Ennio Di Nolfo, docente di relazioni internazionali a Firenze -. Francesco Giuseppe, negli ultimi anni del suo lunghissimo regno, era ormai distante dalla sua gente. L’impero austro-ungarico può essere stato un modello di buona amministrazione, ma degenerato poi nell’eccesso burocratico come descritto anche da Musil”. Problematico è pure il giudizio dello storico Luciano Canfora: “Nazionalismo e patriottismo erano stati d’animo, magari minoritari, ma presenti e importantissimi. Inoltre va sottolineato che gli imperi che vennero cancellati furono pure i principali motori della guerra mondiale. È il conflitto stesso che ha causato la fine degli imperi, la guerra è stata la levatrice di un processo di cambiamento e di riordino mondiale”.

Inevitabile o meno che fosse, la caduta degli Asburgo è un dato storico. A chi poteva giovare, allora? “Fu un errore della diplomazia francese dovuto alla paura di una rinascita tedesca – incalza Giorgio Rumi -. La Francia vuole stati alleati ad Est per chiudere in una tenaglia la Germania. Invece l’impero austriaco si stava orientando verso una confederazione retta da una monarchia”. Un pensiero condiviso ancora da Fejtö, che aggiunge: “La massoneria aveva la maggioranza fra politici e diplomatici francesi, ed era pure molto forte in Italia e Inghilterra. In una riunione internazionale della massoneria nel ’17 si era pianificata la distruzione dell’Austria. Si voleva una Europa repubblicanizzata e grande ostacolo erano l’Austria cattolica, il Vaticano e la Spagna. Wilson tenta un progetto federale europeo, ma i giochi nel ’18 erano già fatti”. L’impero cancellato da Francia e massoneria? “Il vero errore fu l’accettare da parte dei vincitori europei le teorie di Wilson, il vero autore dello smembramento. Si recepì in modo pazzesco il principio di nazionalità perché nessuno degli stati creati era un vero stato nazionale”, ribatte Di Nolfo, osservando che Polonia, Cecoslovacchia e Jugoslavia avevano al loro interno moltissime nazionalità.

Ma allora che cosa fu quel trattato di Saint-Germain ratificato il 10 settembre del ‘19 che cancellò l’impero? Per Fejtö “fu l’errore più grande della storia europea, che ha aperto poi la via al nazismo e in seguito al comunismo. Un assetto artificiale, come è chiaro dopo il crollo dell’Urss”. “L’impero – prosegue Rumi in evidente consonanza – era un inizio di convivenza di popoli diversi sulla base del diritto e della buona amministrazione che resta un’unico nell’Europa moderna”. Indubbiamente un anniversario non felice questo anche per Di Nolfo, una pace che già preparava la seconda guerra mondiale. “Ma se proprio vogliamo trovare degli antenati all’Europa unita cerchiamoli in Napoleone e in Hitler – afferma provocatoriamente -. Il nostro è un continente molto popolato, ma con poche risorse. I due dittatori cercarono l’unificazione del mercato europeo con la forza; dopo il ’45 si ebbe coscienza che era meglio procedere per via democratica”.

Anche per Luciano Canfora “Versailles è un mostro diplomatico che ha dato la stura a tutti i conflitti successivi, ma questo non significa che l’equilibrio precedente fosse migliore. Se nel ’18 inizia un nuovo conflitto che si conclude nel ’45, allora dobbiamo discutere di Europa e integrazione a partire dall’ordine di Jalta”, conclude. Felix Austria, ottant’anni dopo: nostalgia del passato o un vuoto ancora da colmare?

Tratto da www.storialibera.it

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