KREMM-007Parte terza

VIII.

Religioni scomparse che hanno governata l’anima dell’uomo per millenni, credettero agli dii,  e tra gli dii a un dio più potente.   Gli dii, grandi e piccoli, invadenti la vita umana.   Spesso dii contrarii e dii amici si contendevano, come in lotta invisibile, la felicità di una creatura terrestre.   Guerrieri protetti dall’uno erano avversati da un altro dio.

Leggete la guerra di Troia.   Israele, che aveva vissuto nella servitù babilonese ed egizia, sfoderò il dio unico, poi il profetismo e il messianesimo.   Cacciato dalla Palestina invase il mondo, con Geova, a bandiera spiegata, aspettando da venti secoli lo stato di Sion.
Monoteismo?   Politeismo?   Ateismo?
Lucifero, sardonico, come le stelle delle notti serene, tra il ribelle ed il faceto, traccia nell’aria il segno misterioso della mano: e sé la concezione dell’errore è la deificazione dello spirito e della ricerca e della ipotesi dell’uomo?
Lucifero demolitore.  Prometeo bestemmia.
Questo Giove unico, prepotente, ultrapotente come una stazione marconiana, è il più ingiusto e tiranno che giammai fu concepito.   Come Ea, come Nun, come Ieve ebreo.   Negriero.   Padrone di turbe di schiavi.
L’umanità una creazione sbagliata.   Un aborto.   Creò imperfetto l’uomo per farsene un lacchè; peggio, per poggiargli il piede sul capo e obbligarlo a respirare il dolore.   La Morte dopo una vita efimera.   La cremazione del cadavere.   Il pianto e la miseria dei rejetti e degli impotenti.
Allora, come oggi, come domani, come sempre.   Mutare il nome a Giove, resta il tipo del cattivo padrone e del pessimo padre. La misericordia, la rassegnazione, la viltà inventate e suggerite dai propiziatori, per compiacere, calmare, impietosire il pessimo governatore.
Se siamo imperfetti, malati, miseri, disordinati nei desideri, violenti, crudeli, è lui il colpevole, ci ha fabbricato lui così.   Gli conveniva di non avere per sudditi persone diritte e immuni della caducità: non toglie il figlio amato alla madre disperata?   non lo sposo alla sposa?   non il padre ai figli miserabili?   non nega il pane all’affamato?   il tetto al vagabondo?   Il sacrificio è l’azione che più gli diletta le ore oziose.
Il sacrificatore veggente contemplava gli dii a frotte, a nembi, come le mosche, accorrere ad inebriarsi del sangue della vittima immolata.
Il feroce piacere della morte violenta è di origine divina.   Il nettare dei calici nei celesti simposii doveva sentire di sangue, e l’ebbrezza di crudeltà, e il riso balordo della ubbriachezza saporito dei dolori degli umani!

Prometeo, il formatore dell’uomo di loto [14], al quale Minerva [15], l’intelligenza divina della sapienza umana, portò il contributo dei doni celèsti.   Il piccolo dio sentì la logica rivolta, orgogliosa di lotta, contro questo Padre senza visceri per i lamenti della larga figliuolanza  e divenne scienza investigazione, audacia, temerità: divenne sapienza umana, pronta a scalare i più lontani Olimpi.
La favola.
Prometeo fabbrica l’uomo di loto, Minerva ammira la creazione da lui compiuta e vi trasfonde la timidezza della lepre, l’astuzia della volpe, l’ambizione del pavone, la crudeltà della tigre e la forza del leone.
A Prometeo domandò che cosa dovesse prendere nei cicli per completare la sua fattura, e Prometeo chiese di andare egli stesso nelle divine regioni per scegliere a proposito: accompagnato dalla dea, rubò in alto il fuoco sacro e lo portò sulla terra. Ira di Giove, che scaraventa sulle sue braccia Pandora.
Giove e gli dii tutti, visto l’uomo fabbricato da Prometeo, crearono anche essi un essere vivente, una donna, a cui ogni divinità fece dono di sue virtù.   Bella, seducente; irresistibile, giovane, il vecchio dio la inviò a Pro meteo perché se ne innammorasse, e le dette uno cofano sigillato perché l’offrisse in dono di nozze al suo sposo.
Prometeo, astuto, si sottrasse all’inganno e rifiutò la seduzione, ma volle egli stesso prendere per l’inganno Giove e costui, irritato ed implacabile, comandò a Vulcano di incatenare l’incauto piccolo dio ad una rupe.   Eschilo ne ha scritto la tragedia: immensa come la sanguinante poesia della scienza del l’uomo, attraverso epoche lunghissime, contro il prepotente malvolere del destino inafferrabile.
Prometeo [16] invoca cielo, terra e mare, l’etere, il vento il sole a testimoni della ingiustizia dei numi. « Giove voleva distruggere gli uomini per rinnovare il mondo, gli dii che gli facevano corona acconsentirono: io solo ebbi il coraggio di salvare l’umana razza: ecco il mio delitto.
Gli uomini selvaggi vagavano alla ventura, io detti loro le leggi, costruii case e tempii, insegnai loro il corso degli  astri, calcolai il tempo, svelai il mistero dei numeri, insegnai loro a coltivare la terra, a domesticare il cavallo, a navigare: ecco la mia colpa [17]. »
O simpatico Prometeo borbottone, tanto hai fatto contro padre Giove intollerante, invidioso, ingiusto; tutto hai potuto ottenere col fuoco rapito ai cieli [18] e non hai sfatato l’Olimpo; dalla sua tirannide non hai emancipata l’umanità schiava.   Sei restato confisso alla montagna, scheletro della Terra, bestemmiando: ma perché non hai insegnato all’uomo come vincere la Morte?

Non hai vinto il destino degli umani.   Non lo potevi?   non lo puoi vincere?   la tua sapienza non lo potrà mai?   Dureranno in eterno i periodi di veglia e di sonno, di luce e oscurità, di vita e di morte?   Il sole sorgerà per infinite aurore, tramonterà in continue notti, in eterno?   Ma che il tuo genio di creatore in lotta con i numi non sia uno dei paradossi del genio alla maniera del Lombroso, che precipita nel suicidio della razza umana?   Che provocata dalla temerità delle tue conquiste, incosciente, non prepari, nuova Atlantide, diluvii e sparizioni di razze e di continenti [19]?

E questo il tuo delitto? sarà questo il peccato originale delle razze future nei futuri millennii?
Lucifero ironico, come le eterne stelle del firmamento, traccia nella notte crepuscolare il segno della mano: ricerca, o mortale; il ponte copre il Lete, sorpassalo, non ti immergere nell’oblio.   Ricorda l’ieri lontano, Osiride nel breve piano del Delta, Giove nella reggia del piccolo Olimpo, Geova minaccioso e ringhioso sulla terra di Sion, Assiriel fastoso opulento a Ninive, a Babilonia, a Tiro!   Sorpassa l’oblio, come hai sorpassato la vilissima età della paura, profetizzi, alla maniera giudaica, come Ezechiele, come Ezza, come Baruch: il lontano domani è dei volghi, delle masse, delle ambizioni; le plebi saranno rinnovate e nuove plebi monteranno; la terra vomita i suoi semi, li fa germogliare in piante rugose e nane, in arbusti fiorenti, in alberi pomposi di foglie e di frutta.
Apri la mano nel buio della notte, cerca e stringi la mano dell’iniziatore! diventa re.   L’integrazione dei tuoi poteri sarà eterna: non piegherà innanzi al destino degli uomini e delle plebi intellettuali.   Nell’oscurità densa non diventar pazzo d’orgoglio e mistico – dici e non disdire – la parola magica, il verbum, è realtà, creazione.
È necessario.
Il pontefice mago della magica caldea, conta la sua mistica istoria.

IX.

Mamo Rosar Amru, colui che mai conobbe la Morte, eternamente giovane e mitrato, ortodosso e templario commenta: O miste, profano in attesa della sapienza, ricordati che Lucifero ti parla da ribelle,  il verbum è la parola del creatore,  nella notte oscura e profonda non troverai la mano dell’iniziatore pronta a stringere la tua, il tuo piccolo nume è in te, e te lo vieta.
Io sono la legge del nostro tempio più grande, non sperare trionfi.
Quando in alto il cielo non era nominato, e la terra in basso non aveva ancora nome, le acque formavano una massa sola. L’Apsu primordiale e la tumultuosa Timai erano confusi in un solo amplesso [20].   I giuncheti non sapevano dove poggiare le tenere radici, e i densi boschetti di rose non erano ancora apparsi.
Allora che nessun destino era fissato, furono creati gli dii [21].
Quanti?   Senza numero.   Come le stelle.   Fu la parola, l’aria, il soffio il loto primo corpo. Eâ, sugli abissi delle acque, fu vento, alito, respiro, sospiro: così furono nominate le cose.
Per allietare il soggiorno degli dii furono creati gli uomini, Mardruk volle così.
La semenza dell’umanità è di Aruru; quando si propose di generare l’uomo, impastò l’argilla con le gocce del suo sangue, lo posò ad immagine degli dii, e ad essi preparò il culto.   La creazione si compie ogni volta che piace agli dii e ogni dio può parteciparvi.   Isthar presiede.   Sei perciò, o miste, avvisato, che il tuo destino è la schiavitù [22].

KREMM-009Gli dii invisibili, che furono gli artefici del tuo essere, amano dilettarsi di te, esser serviti ed adorati da te.   Sei perfetto per questo: l’egoismo è la tua più spietata virtù, è nelle tue fibre, nei tuoi nervi, nel tuo sangue, è il tuo sigillo e il tuo valore: non ti diletti alla guerra, con schietta ferocia di belva, e non onori i guerrieri in sepolture ricoperte di fiori? non hai il gusto raffinato dello spasimo altrui e della vendetta?    Non hai avuto in dono un cervello a meandri, come opera di scultura, col quale hai trovato gli argomenti più sublimi, che Nebo, il sottilissimo tra i numi, non saprebbe rinvenire, per coronare di belle ragioni e pie tutti i misfatti del tuo orgoglio?
Gli dii se ne dilettano allegri; ti irritano di tanto in tanto, quando tu rallenti i tuoi spettacoli pazzeschi.
La viltà, la volontà di prepotere, l’ambizione sfrenata, la lussuria, il tradimento non completano la tua superba immagine; non ti fanno vivere tragedie di ogni sorgere e tramontare di luna?
Migliori? hai volontà di spogliarti della vecchia camicia insanguinata e assurgere ad una purità che ti illude nelle calme ore di pace oziosa, quando la fame non ti tormenta e la cupidigia, quando i più vili e paurosi ti intessono deliziose, fiabe filosofiche, per addormentare in te il ricordo della leggiadra bestia che in eterno, sotto mille forme cangianti, tu permani?
La tua storia, di ieri, come di oggi e di domani, non è scritta con un pennello insanguinato a larghe e profonde macchie vermiglie? non sei superlativamente cinico nella tua filosofia dei massacri? I dispotismi violenti e voluttuosi dell’Oriente non valgono le metafisiche della libertà dell’occidente, in cui la schiavitù muta forma, e le idee, espresse con parole di convinzione, sono più gravi che le catene pesanti e rugginose degli antici imperi?
Credi che allora, attraverso i lontani millenni, non vissero i felici, i poveri, gli abietti, i violenti, i crudeli, i vili pacifici, i lussuriosi, i martiri, come ora, come domani, in città più superbe e ricche delle vostre grandi metropoli, con palagi e giardini insuperabili, con tempii in cui l’oro e le gemme v’erano profusi?   Babilonia non apriva al sole cocente la magnificenza artistica delle sue ricchezze e la seduzione dei suoi incanti?
Lucifero spirito della ribellione, allora, come oggi, motteggiava; ai suoi ispirati la lingua era tagliata o strappata con tenaglie roventi: agli offensori del diritto divino del comando, il carnefice svuotava le orbite e le carni, a brandelli, erano date a divorare ai cani feroci del tempio di Nergal…

*     *     *

Lucifero, ironico, crudele, batte le palpebre in segno di assenso e parodiando il pontefice difensore degli invisibili iddii, con voce cavernosa conchiude:
– O Miste, il verbo della tua schiavitù è fatto sangue e carne in te; il tuo destino è scritto.
Poi sogghigna e i suoi occhi scintillano, come diamanti puri, di luce viva, come di folgore.

X.

Ai tempi di Roma, Caldeo voleva dire mago.
Erano Caldei o pretesi Caldei che facevano da indovini, astrologi e incantatori.   Allora il professore Richet non aveva ancora inventata la parola metapsichica, che pare ai contemporanei più nobile della parola magia e più valorosa.
La Caldea era ritenuta allora la fucina di tutte le arti o-scure della diavoleria mondiale. L’Egitto più sacerdotale. Babele, Ninive, Tiro palestre di stregoni, in cui ogni persona era uno strumento imprecatorio per comandare alle schiere innumere degli ulu, ululu e altri orribili abitatori delle oceano dei malefizii.
Acutissimo lettore, quando cominciai a scrivere, trenta anni fa, di magia, per evocare l’antica arte dei tradizionali e fabulosi realizzatori di miracoli, tutti gli spiriti di Allan Kardec in Italia, tutti i lettori della propaganda di Denis, Delaanne, Schuré e Flammarion, si ribellarono come un uomo solo per questo nome vecchio che rimettevo in onore e richiamare l’attenzione dell’avanguardia sui poteri integrabili dell’organismo umano.
Mutano i saggi col mutar dei tempi, e la parola magia si incontra, come le virgole, ad ogni dieci parole di orientalisti, folkloristi studiosi di popoli primitivi o creduti selvaggi.   Me ne dissero di tante curiose che non parevano più spiriti di cristiani.
Avevano dimenticato che il nostro comune amico Israele, tra Egitto e Babele aveva anche lui imbastita la magia giudaica; che Mosè invitò i maghi egizii a dar prova del loro potere e che questi gittarono nell’arena i loro serpenti di rame che divennero vivi e voraci e Mosè gittò il suo che tutti gli altri serpi distrusse; che Salomone re, oltre ad avere un laboratorio alchimico nella valle di Ofir per poco non fabbricò i diamanti a tonnellate per piacere alla bionda regina di Saba; che la Cabbala ebrea è la più fina di tutti i più sottili garbugli per tramandare ai posteri il Grande Arcano dell’Universo; che anche S. Pietro ebbe competenza nell’arte con Simone Mago e lo superò.
Ora, grazie alle missioni scientifiche, la magia è parola di buona lega, perché, scavando documenti che precedettero di tre millenni la gioconda apparizione dei Santi Padri, spiegano che imperi di lunghissima durata, non ebbero ad impudicizia di reggere i loro popoli con commerci diabolici che tenevano luogo di minacce, di castighi e di flagelli.
I Caldei in quei tempi vivevano di divinità e di demoni.   Carmi, scongiuri, imprecazioni, maledizioni ai mille diavoli che procuravano le infermità, come i microbi, o che attaccavano il corpo di colui che aveva allontanato il suo dio, o lo aveva irritato, o lo aveva tradito.

Per divertire la onorevole compagnia degli dii di Mardruk, il babilonese doveva lottare coi casi strani della vita quotidiana, alimentati dalle avversità dei sette terribili genii del male, capaci di ogni cattiveria, mascherati in mille modi contro la pace dell’uomo in peccato; e dopo una vita non allegra, quando la morte lo colpiva, doveva lui stesso imporre paura ai vivi, che lo temevano peggio di ogni male, se la sua ombra non si placava nella sepoltura e un’offerta di cibarie non era pronta là a saziarlo di profumi culinarii.
Sceso il morto nel regno di Nergal, l’arallu, il luogo da cui non si fa ritorno, era costretto tra le tenebre più nere e la cenere più opprimente a vivervi in Eterno.   Nergal che alle buie regioni governava, le aveva circondate e rinchiuse di mura altissime, e dei diavoli più o meno caudati e cornuti tenevano in rispetto le ombre affinché non evadessero per tormentare i vivi.
Interpetrazione profondamente dubbia e seccante, illogica della vita; se questa è la vera interpetrazione della idea religiosa dei Caldei; io vi credo con approssimazione al terzo; il quadro, data la moderna psicologia [23], che d’altronde non è neanche una scienza esatta, se pure è una scienza, da noi non è comprensibile nella sua malinconia di vita eterna, nell’oscuro inferno, dopo un brevissimo soggiorno in terra per sollazzare gli dii di Mardruk.
L’ uomo, creato a immagine degli dei, o plasmato nella terra o dalle gocce di sangue di un dio, stillate una ad una nell’argilla o nel loto, aveva il quadro dell’esistenza dipinto a carbonella, coi grotteschi più orrificanti.

Doveva essere carina la vita terrena di un libero cittadino di Babele!  certo nelle preghiere che quei sovrani onnipotenti, incarnazioni di Assur, il sempre vittorioso supremo guerriero, rivolgevano al dio o alle dee, domandavano per prima cosa una vita di lunghi giorni.   L’Arallu attendeva in una miscela scomposta tutti i mortali, re, sacerdoti, guerrieri, maghi, mercanti e schiavi, femmine libertine e sacerdotesse, medici e notai.
Mi pare troppo!  i soli guerrieri morti in guerra potevano essere serviti dalla sposa loro.  qualche altro poteva bere dell’acqua fresca,  il resto peggio dei più rognosi cani.
Nergal feroce! Isthar, l’immortale Signora di bellezza e d’amore che corrispondeva un po’ alla Venere greca e alla Diana latina, se discende nell’arallu per ricercarvi il suo cicisbeo, è spogliata dei suoi veli e non può rimontare ai cicli senza un’aspersione di acqua di vita [24].

Hanno un po’ ragione i metafisici e i teologi a bizantineggiare su questo luogo sozzo, detto inferno, in cui i detriti in decomposizione del superbo genere umano, vanno, se gli dii non fossero mutati, ad abitare in eterno.   Tra tutte le cose relative dell’ineffabile Eistein, vi è una cosa assoluta, che non ha niente a vedere con lo sue relatività: la paura dell’ignoto dopo la morte; la paura dell’ignoto e della morte che lo rappresenta nella forma più sintetica e più semplice: il dolore più acuto, per le nature che non hanno la disciplina filosofica di Seneca, è preferibile alla morte: nascere e morire; in latino oriri et mori; io nasco: orior; muoio: m-orior; che mori possa esser sincope di moriri?  quell’emme precede orior (nasco) per dire muoio? misteri etimologici [25]!

XI.

Ireneo Filalete, in uno dei suoi famosi libri per cambiare i metalli ignobili in oro di coppella, avvisa, con la sua candida carità, che una volta riusciti a fare il prezioso metallo, bisogna star bene attento a spenderlo e a mostrarlo; poiché il bargello, messo in guardia dalle voci del popolo che tu spendi e spandi oro di qualità fittissima, verrà a domandarti se tale orefice o tal mercante di preziosi te l’ha venduto; e come che tu non potrai provarlo, ti metterà tra i ladri nella prigione perché tu non dirai che lo hai fabbricato col piombo e lo stagno e il rame e con particelle di ferro in limatura – e se tu lo dicessi, ei non ti crederebbe e sollazzevole il giudice ti riderebbe in viso e ti direbbe: io non sono contadino che s’imbroglia alla fiera coi bagatti; io son filosofo e non bevo grosso come villano incolto.
La cosa è applicabile all’inferno, o al regno delle ombre in generale, che sia l’arallu caldeo o il purgatorio dei cristiani o il paradiso di S. Bonaventura.   Il paradosso lo gitto nel pentolino di queste note come tale, come un’idea che passa per l’anticamera della cavità cranica, come una farfalla delle notti serene intorno al calice di un fiore in amore.
Ed il lettore arguto capirà che io non parlo di Dante se dico che qualcuno avrà potuto benissimo visitar l’inferno e poi tornare in terra con la memoria delle cose viste, e saperle, e non poterle raccontare per non dire ai quattro angoli del firmamento che ha visto Istarte, la Domina, la Signora, la Grande Dama senza velo, mentre tutti non la vedono che vestita e velata, densa mente oscura, con l’occhio scintillante di amore, perché Ella è, è stata e sarà come la madre sempiterna Vergine, la genitrice delle falangi di creature che popolano il bel pianeta a cui il ciclo fa da ceruleo coverchio e le panzane vi spuntano, per autoseminagione, come la parietaria sui ruderi degli antichi edifizii.
Voglio dire, mio acuto amico e critico, che il mondo scettico non incoraggerà mai qualcuno che nell’inferno vi è stato e che ne ricorda le vicende, a confessare e dire; come il bargello temuto dal Filalete, in un corpo solo i dottori della moderna Salamanca riderebbero e sputerebbero: ma che bubbola vai almanaccando?  tu hai ricordo dell’altra vita, del buio della spelonca infernale? vatti a far guarire dal Morselli o da Leonardo Bianchi perché o sei matto o vuoi fare il matto; che sei tu Mosè o Enkidu o altro rivelatore?
Enkidu era il compagno di Gilgamesh [26], in sogno aveva visto l’inferno, dove alti e potenti signori, scongiuratori, profeti e servi sono misti come in unica insalata russa, vestiti, come gli uccelli, di piume.
Quando Enkidu muore davvero, Gilgamesh lo evoca per conoscere la legge della terra che egli ha visto.
Ed è una rivelazione tanto penosa, tanto triste pel vivente da farlo piangere.
Come è desiderabile l’immortalità!   La pianta o l’erba della vita gli dii l’avevano riposta nell’Apsu, nell’abisso dei cieli e delle acque; Gilgamesh dopo un viaggio orribile, se ne impadronisce, ma un serpente gliela ruba.
Pare un viaggio alchemico finito all’aceto; come la conquista del Vello d’oro, come le fatiche di Ercole armato di Clave, come Orfeo incantatore, come Cadmo alla conquista dell’Attica.   I morti stanno male, anche sotto i monumenti della grande scultura, anche se i libri di Camillo Flammarion dicono il contrario: meglio asino e vivo che dottore e morto.
Che te ne pare, sottilissimo amico filosofo, che stai là a sorridere: non vi può essere ai giorni nostri, dopo cinquemila e più anni dalla storia di Enkidu e Gilgamesh, qualcuno che sia tornato dal paese dei morti ed ha paura di gridarlo forte per non rischiare un soggiorno nei manicomi della nostra grande Enotria, cara agli dii beoni di tutte le epoche?  Il progresso è una favola?

KREMM-002XII.

Apro una parentesi un po’ lunga e larga. Tanto queste note son sono materia di erudizione e le ho annunziate come semplici fiammelle per accendere qualche lucerna di Aladino.
Il lettore amico sappia che da che lo spiritismo è creato, da che ha fatto capolino nella società del secolo passato, avversato dalla scienza come cosa non provata – i preti qui e là l’hanno tollerato o scomunicato – come strumento di fede ha una lunga legione di credenti.
Tutti hanno creduto da secoli ai morti, sotto una forma o sotto un’altra, non vi è popolo che non abbia esordito e continuato con la certezza che i morti, viventi nell’ombra, ci guardano, ci vedono, ci ispirano, e all’occorrenza ci vengono in sogno per indicarci un destino imminente o un terno al lotto; però lo spiritismo, come l’occultismo, come il teosofismo, non ha avuto un critico demolitore, polemico, a conclusioni metafisiche – ma dopo la guerra (che cosa non ha fatto la guerra!) la musica è cambiata.
Leggo l’Erreur Spirite di René Guénon [27], autore di un altro volume, le Theosophisme, apparso qualche anno fa.
Un libro che esce dall’ordinario questo qua.   Non so dell’ autore nessuna notizia: le Theosophisme mi dette l’impressione di una polemica cultuale, come se un allievo della Compagnia religiosa tale volesse riveder le bucce ad una congrega pseudo religiosa, come il sottotitolo chiama la fondazione del Colon nello Olcott e della Signora Blavascki, in molti punti, con veste più dignitosa, un po’ troppo saporito.
Ma l’Erreur Spirite, testé uscito, ha un altro valore.   Bisogna leggerlo perché è un avversario di misura rispettabile, perché senza confessare ancora dove miri, fa un po’ l’Attila re degli Unni per dare addosso prima allo spiritismo e poi all’occultismo e alla metapsichica; s’intende spiritismo francese, occultismo francese, metapsichismo francese, con qualche notizia dell’Inghilterra: il resto del mondo non conta; in Italia si coltivano le sole carote che ci vengono seminate dai libri francesi; già ho fatto capire più sopra che quando scrissi l’Avviamento alla scienza dei magi, se non avessi mostrato la più tranquilla tolleranza per tutto il diluvio dei libri di spiritualismo che Parigi ci fa ceva digerire, non avrei trovato neanche un lettore che mi avesse studiato.
La libreria francese contiene ora una completa collezione di autori che hanno pubblicato volumi su tutti gli arcani. E che di più dovrebbero far testo nelle interpetrazioni e nella veste romantica con la quale sono presentati.
Dopo Eliphas Levi, si parla ora della Haute Magie, come se questa avesse dei cultori insigni a Parigi da esibire al mondo, per modelli del genere.   Tanto carina una inchiesta sulla Haute Magie au 1923 pubblicata ultimamente dalla Revue Mondiale. Giacché io scrivo queste note ridendo, per non appesantire il lugubre argomento della morte, devo confessare che questa Haute etc. mi ha messo di ottimo umore, e, senza essere un psicometro, mi è parso di vedere, di là del paravento, ridere anche il mio amico ebraizzato Eliphas, serio serio, con un moccichino che soffiando il naso, nascondeva la bocca ridente.

Ma ritorniamo a l’Errore.
Il Guénon, siccome io non sto all’altezza di comprendere bene tutto quello che i filosofi dicono, mi pare che qui e là si duole che la metafisica pura può farlo difficilmente capire; qui e là fa intendere che la magia la conosce come io la mia saccoccia, ed infatti spesso colpisce giusto e annota, en passont, che in oriente, certe cose si fanno coi piedi: ciò che farebbe supporre che ha sorpassato il Tibet ed ha raggiunto il culmine dell’Everest; l’occidente, con le sue macchine, i suoi olii lubrificanti, gli enormi impianti idroelettrici, non vale tre baiocchi di Pio IX.
Ma come è pensato e scritto il libro, merita di esser letto.   Dimostra che gli spiriti dei morti, filosoficamente, non possano affatto comunicare coi vivi, perché, per un milione di perché, la disgregazione del morto è affare assodato.
Non esistendo il perispirito e tanto meno il suo sinonimo il corpo astrale degli occultisti, un granello va al nord, cinque vanno all’occidente e diciotto ad oriente; il resto di ciccia e calcari va sotto terra, per restituire ad essa gli elementi che ci ha prestato.
La dialettica, il senso critico, il buon senso di demolire per conto di non so per chi, mettendo innanzi che lo spiritismo è dannoso all’appetito e all’equilibrio mentale, rappresentano una carica folta, serrata, in pagine fitte e saporose, e ammirevole (senza celia), che trascineranno molti lettori fino all’ultima pagina del libro, anche non arrivando a comprendere, come me, quella purissima metafisica per la quale non tutti sono costruiti secondo l’arte di Ponzio Pilato.
Determinata la impossibilità che uno spirito di defunto possa esistere nella sua personalità complessa e completa, tale da poter dire: io mi sento e sono il tale dei tali; e quindi, precisando che non è possibile per questa ragione la comunicazione tra morti e vivi, l’autore viene alla impossibilità che una reincarnazione vi possa essere, neanche pei Messia della maniera ebrea o di altra razza.
La reincarnazione è idea moderna, come lo spiritismo: gli antichi non ne sapevano niente.   Perfino gli orientalisti di oggi sono suggestionati dall’idea della reincarnazione e interpetrano documenti antichissimi con idee contemporanee, passate dallo Spiritismo Kardechiano al teosofismo della Besant e a certi occultisti francesi e da questi, varcato la Manica, in Inghilterra, dove le comunicazioni degli spiriti pare che dicano il contrario di quelle francesi.
Il Guénon ha dimenticato che l’idea della reincarnazione è pre pitagorica e che Diogene Laerzio non è autore del secolo XIX.
Insomma, acuto amico lettore, bisogna che scoviamo il messere che è ritornato dall’inferno e non ha ancora aperto bocca per dirimere questioni così allegre.

XIII.

Un guaio se la scienza delle Università si occupa dello spirito umano; più grosso guaio se se ne occupano i filosofi.
Metafisica e sperimentalismo mi paiono due cose temibili per la pace dei morti.   Quanto pagherei per sapere dov’è questo sornione che è stato all’inferno, a vedervi i morti, e se è ritornato vivo e in pieno cosciente ricordo, in completa integrità mentale.
Lucifero sorride ironico, come le stelle che guardano da lassù, ciclo azzurro, profondamente sereno e misterioso, ciclo italico pieno dei profumi dei nostri giardini, le nostre piccole metafisiche.
Lucifero parla, ammiccando con l’occhio, come fanno, scintillando, gli astri del firmamento:  Chi vuoi che sia dal regno dei morti tornato e lo venga a dire a te che lo racconti ai porri scientifici della tua bottega?  vuoi tu interrogare un matto?   non sono i dementi i più freschi arrivati dalla oscura valle ove gli dei, i genii e i morti eroi giocano al poker per passare il tempo?   il pazzo dei tarocchi non ha peli alla lingua  evocalo; vuoi che ti ajuti?
Lucifero agita le braccia come  due  mulinelli e dirige  la sua destra mano verso l’angolo più buio, come vi scagliasse un pizzico di pepe: si sente abbaiare un cane, poi il matto appare, roteando anche lui il bastone da pellegrino:
Oh! vecchi amici di seminario, perché mi volete?   perché mi chiamate?   era dietro a seguire un corteo funebre; una donna bellissima è morta e la gente la piange e ne fa le lodi; stupida gente!   s’ella avesse vissuta ancora qualche anno, sarebbe diventata brutta come la più affumicata pignatta: quelli che viva non seppero farla felice, la piangono ora che è felice…
Mentre il pazzo parlava, dall’angolo buio, si staccava una massa di curiosi che lo avevano seguito: nella possente evocazione a molinelli magnetici dell’ironico Lucifero, per poco col matto non fu attirato a noi dinanzi il funebre corteo della bella: il pubblico rideva.

Lucifero interroga:
E che fa la morta?   è più felice che viva?   vogliamo sapere che fanno i morti, che cosa è la morte… un matto patentato come te, se hai visto e se sai, non avrà paura dei critici e della metafisica, dell’università o del rogo!   che fanno i morti?   che cosa è la morte?
Il matto rivolse al suo seguito un risolino beota, uno di quei sogghigni metafisici che non s’inventano, e s’accinse alla predicazione.
Tutti restarono sospesi, in silenzio, aspettando che egli dicesse.
Anche il cane tacque nell’attesa ansiosa.
Solo una stella del firmamento, ironica, rifletteva il malizioso ritmo del portatore di luce.

[14] Prometeo, latino Prometheus, greco II??µ??e??, contiene la radice math o med che è assonante in tutti i vocaboli che contengono l’idea concreta della ragione e della misura µed-?µa?, penso, cogito; Med-eri, tener cura, curare, medicare. Mathesis; mathe – maticus; re – med – ium.
Era il saggio, meditante, prudente e audace. Il sapiente di oggi e di tutti i tempi, non iniziato, ma civilizzatore, il grande e il semidio vivente.
[15] Minerva dicta quod bene moneat. Hanc enim pro sapientia pagani ponebant. Fest. De veterum ect.
[16] Esch. Atto 3. Cito a ricordo.
[17] Ora potrebbe aggiungere: ho insegnato loro la fabbricazione dei tossici e dei microbi applicati alla guerra, i sottomarini, il volo nei cieli. Ma è da supporsi benignamente che il male fosse quaggiù mandato dalla malizia degli dei, nello scatolo portato in dono di nozze dalla signorini Pandora.
[18] Anche qui vedi: pir il fuoco, piramide forma della fiamma dell’olocau sto che monta ai cieli. Prometeo trasformò l’olocausto (clos intero e Kaiein bruciare) che era costituito dalla consumazione per mezzo del fuoco dell’intera vittima, in consumazione parziale delle sole ossa, distribuendo la carne ai sacrificatori. Questo dovette parere grande offesa a Giove, che ingannato dalle apparenze, aveva scelto per offerta agli dei la cremazione delle ossa.
[19] Le due colonne del tempio J e B nel binomio dei due contrarii di luce e di ombra, sono inamovibili. La visione non è possibile se la luce non è temperata dall’ombra. Il bene esiste in rapporto del male; il bello, del brutto; il dolce, dell’amaro; l’uomo non può confondere i termini in contraddizione; non può neanche pensarli uniti. Appresso ne parleremo, nella concezione di un regno degli spiriti alla maniera dei mistici.
[20] Dhorm. Choix de textes Assyro-babiloniens- p. 3-5,  L’Apsu era l’abisso delle acque sulle quali Eâ signoreggiava (Contenau, La civilisation Assiro Babylonnienne). Il Delaporte (La Mesopotamie) traduce Apsu per l’oceano delle acque dolci che circonda la terra e Tiamat il mare, l’oceano delle acque salse.
[21] Il lettore acuto, legga bene: il cielo e la terra e gli dii non erano no minati, cioè non avevano nome, la creazione non era avvenuta perché la parola, che indicava la cosa, il nome, il verbo creatore, non era stato pronunziato.
[22] Isthar possedeva tutte le facce, bellezza, amore casto, lascivo, crudele, materno. In Assiria perfino dea guerriera, perché alla donna fino dai più lon tani tempi fu riconosciuto quello spirito bellicoso che la rende così amabile.
[23] La cavità cranica dell’uomo, in quella anatomia ineffabile dei poeti, è uni grotta a stalattiti e stalamniti che variano di lunghezza e grossezza in ogni individuo. La psiche è una farfallina che vi abita e vi si diverte. Gli uomini sapienti spesso non vanno d’accordo perché la esuberanza stalattitica degli uni non coincide con la povertà stalammitica degli altri. Di questa roba se ne av vantaggia il filosofo e son venute fuori tante dottrine psicologiche che aspet tano di diventare adulte e laudabili.
[24] Che cosa sia quest’acqua di vita nessun assiriologo ha potuto capire.
[25] Ma anche nella ricerca delle etimologie delle parole di senso nascosto, specie se riguardano cose attinenti ai misteri religiosi o alle antiche mistocologie settarie, bisogna andar cauti. Ed in greco ß??t?? mortale e ?µß??t?? immortale, ?µß?s?a è bevanda che bevono gli dei, o nettare che dà l’im mortalità?
[26] Delaporte – Op. C-
[27] Marcel Rivière – ed. Paris 1923.

Da:   www.giulianokremmerz.it

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