KREMM-005Parte prima

Quod fatui contumeliant Sapientes congremiant.

La vita, nel senso pedestre della parola, è una catena ininterrotta di piccole e grandi pene; la vita morale e spirituale e in lotta perpetua con l’ambiente, tenaglia che preme le nostre elementari libertà. La vita fisica, materiale, grossolana, del nostro corpo lotta perpetuamente con necessità insoddisfatte, piccoli e grandi malanni, il contagio, le epidemie, le infermità costituzionali, e tutta la scala variopinta dei dolori e delle impotenze della nostra carcassa.

La civiltà, con leggi, provvedimenti, consuetudini, costumi, transazioni, cerca riparare alla meglio alle necessità liberaleggianti del morale umano, costringendolo, educandolo alla ipocrisia;    inverniciandolo per nascondere il colore antipatico delle anime ribelli; profumandolo per impedire che il sentore della volontà di essere contro i simili si discopra.
Al fisico umano cerca riparare la scienza medica – l’uomo che lotta contro la natura – per strapparle il secreto della sanità e della invulnerabilità.
Esaminato bene, il bilancio delle pene e dei piaceri, delle ore di delizie, delle dispiacenti, delle pacifiche, delle terribili, e ponderandole con leggero acume pratico, il più beota tra gli umani vedrebbe chiaro che non val la pena il vivere e l’affannarsi a vivere.
Giovani, in lotta con le necessità, le ambizioni, i desideri di godimento, con un corpo esuberante di sangue, di muscoli, di linfa; spesso affamato; eternamente in tensione per acciuffare la fortuna al rapido passaggio, chiamando emulazione, per ipocrisia, ogni agguato che ci lusinga di togliere al nostro vicino il pane e la fama per assidersi al suo posto, e gentilmente schiacciarlo come un insetto immondo.
Vecchi, coi mezzi raccolti in vita, quando molto si potrebbe godere, per l’esperienza, la temperanza, la saggezza, i malanni fisici, l’impotenza, la debolezza, la cagionevolezza, ci riducono a ombre pie o a rassegnati, in attesa della fine.
Eppure, con tal quadro, gli uomini non vorrebbero morire.
La Morte, considerata a sangue freddo, senza bollori bellici, senza esasperazione di rissanti, fa paura a tutto l’uman genere.
Vi ci acconciamo perché non si può evitarla. Vi ci ricamiamo su un bellissimo epitaffio filosofico per edulcorare la pillola, che bisogna, volenti o nolenti ingurgitare, con una smorfia di spasimo o una maschera eroica.
Perché?
Dagli Egizii, dai Caldei, dagli Assiri ai Cristiani, tutte le religioni si sono imperniate su questa assillante idea, paurosa, opprimente del dopo morte.
Il di là della vita, buio, ignorato, discusso con tanti vari argomenti, di chi lo dice lieto e felice e luminoso, come gli spiritualisti a tutto vapore; di chi lo vuoi purificatore e ascendente verso la troppo immensa vastità cosmica che si immedesima al Nulla; di chi lo determina al giudizio che Dio farà di noi, come dall’antico Egitto al Cattolicesimo, questo salto nell’oscurità immensa dell’ ignoto è tanto universalmente muto che assume in certi istanti l’aspetto più comico che, se non fossimo civilmente educati a stimar la morte come un istante solenne di una gravita sublime, ci metteremmo a ridere.

Poiché, amico lettore, muore tanta gente nel mondo a ogni minuto dell’orologio del vicino campanile, che serenamente considerato non dev’essere affatto una cosa difficile, né un’azione spaventosa.
Il medico Cirillo, motteggiando, soleva dire che la morte deve essere bella, perché dopo il suo arrivo gli ammalati non se ne lamentano mai.
L’epoca nostra, che per scienza di esperimento e per dottrina è meravigliosa, che possiede strumenti e metodi e sale di esperienze, che nessun secolo pare avesse possedute,  più di tutte le precedenti – vorrebbe risolvere il problema del rinnovellamento della vita,  il suo prolungamento all’infinito.
Non sono atto a far la storia di tutte le idee sbrodolate negli ultimi cinquant’anni;   ma se ne son sentite di tutti i colori.
Contro le abitudini della dubbia statistica, v’è chi ha sostenuto la media della vita umana a 150 anni  ma arrivare a 200 sarebbe facile e raggiungere i 250 una possibilità non estrema [1].   Moltissimi si dettero alla ricerca del mezzo per il ringiovanimento del corpo;    Brow Sequart, al 1889, pareva che avesse scoperto il rimedio vero, entusiasmando tutta la sua generazione e fece fiasco. Poi arrivano Ancel e Bouin che de terminano le glandole interstiziali (1903) e su queste si agitano e operano Steinach in Germania e Voronoff in Francia.
Altri, partendo da un concreto ed esplicito risultato della filosofia biologica, sostengono che il prolungamento della vita normale è non solamente assurdo ma inutile. Assurdo, perché le leggi umane non si violano, dice un critico [2]  la natura determina generosamente il limite della vita umana, perché la vita normale dovrebbe sorpassare il secolo, con una maturità attiva feconda di là dell’80’ anno (!)    Insomma le aspettative sperimentali sono all’ora presente plaudenti all’opera del Voronoff con la sostituzione di una glandola viva di una scimmia (e sono in esperimento anche le glandole di montone e di caprone)  mentre il Lespinasse, americano, si limita alle glandole umane e altri confutano i risultati sostenendo che il complesso dei fenomeni biologici dimostra che non è una glandola sola che fa il buono o il cattivo tempo, ma la sinergia di un complesso di glandole che prese singolarmente non hanno che il valore di un elemento separato e insufficiente.

È vero?
Non siamo con i tempi né fuori la relatività dell’ora, superstiziosi della leggenda del millennio apocalittico;   ma siamo lontani dall’immortalità di concezione religiosa dell’epoca lontanissima e più recente.    La scienza profana  il cui vanto è il disocultamento degli antichi sogni dei credenti, ai suoi adepti lascia sperare o, almeno, intravedere una immortalità cellulare organica ed inedita, che non è quella dei mistici, tanto meno degli iniziati.
Lancelin [3] asseriva che l’occultismo è uno sforzo perseverante verso la scienza, rovescia l’ipotesi della vera via che le università si tracciano per risolvere l’enigma di Anteo, combattere il divino eroe con le forze della chimica terrena, madre di quelle stupende scoperte che nell’ultima guerra hanno divertito il genere umano.

Raimondo Lulli, i Rosa Croce, i Flammel, i Templari, i Rupescissa, i Trevisano, gli Illuminati, San Germano, Cagliostro, gli Orfici, i Misteri Egizii, i libri dei primi alchimisti greci, le leggende religiose, paiono sepolti per sempre.
La maestà del materialismo che si diceva morto con la rinascita dello spiritualismo mistico del dopo guerra pare che rinserri al concreto le tombe delle fiabe tramontate. Neanche i mocciosi credono più alle fiabe.
Ma questo materialismo senza virtù di temperanza è roso da un pantano che domani sarà mare.   Né le sette, né i costruttori di nuovi e piccoli tempii, ne il Sinedrio, ne il Santo Ufficio lo demoliranno rinserrando la larga platea in cui cento anni di continue soverchierie lo hanno allargato;   non le Università, vecchie di dieci e dodici secoli, perpetue e inesauribili conservatrici di metodi e giudizi che non vedono fine né lasciano, fuori la tradizione, posto alcuno a innovazioni radicali, a dimensioni multiple, senza gridare e senza maledire.
Solo la Nuova Scuola sarà il suo freno e il suo limitatore  un argine e una sintesi.
Un pantano largo pochi metri; largo, direi, quanto un passo d’uomo, che oggi comprende poche intelligenze umane e viventi, domani erigerà, mutato in mare, un controaltare a questa università scientifica di una scienza esclusiva, e parlerà in modo più comprensivo e più umano. Poiché questo materialismo, né morto né moribondo, è dilagato nella ingiustizia; ha riversato nella mentalità contemporanea, la concezione impura di una vita con aspirazione del godimento fisico, illimitato, irragionevole anche nel desiderio di prolungarla per il piacere capronico della moltitudine  nella quale, nella rapidità delle visioni turbinanti della massima soppressione di tempo e di spazio [4], non trova che necessaria la sola deificazione della filosofia meccanica di controllo, come una religione dei sensi più gravi, diretti e addottrinati da una intelligenza che rinnega a sé stessa una vita dello spirito, dell’animo, una potenza superiore allo spietato metodo di rinnegare ogni potere al pensiero dell’uomo, in sé, fuori l’adattazione alla materialità della vita.
Un serpente e una lingua biforcuta.

KREMM-003La Scuola Nuovissima darà carattere al pensiero dell’interpretazione Pitagorica italica nel magismo e di là e di sopra al magismo, sormontando la particolarità dei rituali alla immortalità luminosa dello spirito intelligente della materia, dal simbolo della sfinge umana o umanizzata, al raggiungimento divino di un atomo materia e pensiero.
È una profanazione dell’alchimismo integrale? è un prendere con un pugno irreverente le parole tesaurizzate dagli scomparsi alchimisti dei secoli vissuti e gettarli nella porcaia?
Ma non esageriamo.
È assolutamente inutile erigere una torre Eiffel per piedistallo al buon senso italico, il buon senso della schietta filosofia della pratica Magna Grecia maritata a quell’occulto giudizio di inflessibile temperanza dell’Etruria e di Roma.
Io credo alla resurrezione della potenzialità del pensiero pitagorico – la Pizia, il Pitone, la Spira elicoidale che prende nascenza nell’astrale della Italia vetusta e assurge all’imperio della coscienza universa  e credo a questa missione pitagorica italica come il segno di un rinascimento filosofico, scientifico e artistico impossibile nelle mani che ancora stringono la ferula scolastica del evo medio.
È un sospetto o un desiderio messianico?   Chi può dirlo?   Siamo vicini al duemila.   Non si ripeteranno le paure catastrofiche del mille?    Non sento ancora le vie predicanti le apocalissi del terrore,  la fine di un mondo non è sempre la frantumazione del pianeta tanto piccolo che noi abitiamo, tanto meno può limitarsi ad un di luvio che porti le onde all’altezza del Monte Rosa e ai ventotto vulcani predetti dal solito geologo americano, che incendiano l’Europa e la riducono in cenere e carboni – la fine di un mondo può essere la morte di tutta una rancida vecchiaia sommersa da un ringiovanimento di luce e pensieri che, sorti dai sepolcreti fatidici, riprendono la missione anticipata e rinnovano, rigenerano idee e visioni, nel mondo esteriore.
E per la conversione e ringiovanimento di noi stessi? La Morte. Terribile, spaurita, scheletrica immagine del tredicesimo tarocco, tu fai venire il freddo.
Venti secoli cristiani, vedendo le tue ossa scarnificate, si commuovono in noi.
Ci comunicano i pensieri allegri delle antiche incisioni e calcografie sulle pareti che riparavano i nostri letti, in camere arcaiche popolate di iconi, parate a festa, illuminate da lampade dall’odore di frittura, con un diavolo che ghigna per non poterci afferrare e un angelo armato di scimitarra turca che ci difende.
Ci risvegliano l’amore che i buoni teologi domenicani hanno avuto per noi, per purificarci dall’eresia, dalla accusa e dal sospetto di magia diabolica, quelle simpatiche corde che ci incoraggiavano con sorridenti scrollatine a confessare i nostri sabbati e le orgie al noce di Benevento, o gli arrosti umani di fra Giordano o del priore dei templari,  e le processioni di penitenze, e gli allegri carnevali delle abiure e delle pubbliche confessioni.
Sei Siva?   sei il fruscio dei corvi che mangiano i cadaveri delle torri dei Parsi?    sei il campanello del viatico?    sei il feroce squartatore d’Osiride?   sei bocca dentata dei mostri caldei?    sei il nulla terribile di un sonno senza risveglio?    sei la cenere in un’anfora inutile a cui i nepoti non pensano più?
Tu, o miracoloso, tre volte santo scheletro che raffiguri una fine temuta hai lo guardo sorridente;   tu sei il simbolo della giovinezza. Tu nei tre mondi dello spirito, della materia e dell’atto, sei il rinnovamento.

Morte, lascia guardarti in faccia, le ossa monde come denti di sacri elefanti, bianco sudario, sei come la più bella e chiomata fanciulla sorridente e fremente di voluttà nella carne adolescente, se io avessi gli occhi conformati alla maniera dei raggi X vedrei scheletri, come te, e sentirei l’alito della fragrante gioventù: se ci penso, sento a pari fragranza il tuo alito.
Non puti di terra umida, di musco, di funghi, di crittogama e di muffa, perché tu per lo spirito, non sei che la fine di un errore, di un orgoglio, di una schiavitù, di una ossessione.   Se lo scheletro è ancora forte, se la carne è ancora vegeta, le cellule vive, il tessuto delle vene elastico, che bisogno vi è di passare per una tomba e rifarsi?   tu, o Morte, sei la soluzione dell’enigma spirituale nell’uomo vivente e nella profonda custodia della sua anima ignota.
Sei il simbolo della Grande Alchimia, sei il triplo mercurio e il mercurio morto, sei l’Azot, sine vita, sei l’ala profondamente scura del corvo, sei il sonno preparante il risveglio, il dolore tremendo che precede la nascita del più luminoso figliuolo, dopo l’avatar, la metempsicosi dell’antica e lorda anima nella Vita Nova.
Così Dante iniziò il viaggio per assorgere a Beatrice, la Luce in alto, nell’altezza più eccelsa che è Amore e Luce.
Pharmacum catholicum o Elisire di lunga vita, Arcano Divino degli alchimisti, tu sei la gioventù eterna, spirito raggiante, sul nero fondo del mistero dell’astrale;  l’umanità cammina come il Matto dei tarocchi: un cane, la necessità, gli morde, i polpacci delle robuste gambe: sempre avanti, più avanti; lontano, più lontano.
Il Papa, la Papessa, l’Imperatore, l’Imperatrice, i quattro re, i cavalieri, le dame, le stelle, gli amanti, i colori [5] passano, ritornano, gli girano intorno, si squagliano, si azzuffano fino a che il giocatore di bussolotti spinto dal Diavolo beffardo si decide a bere nella coppa dell’Amore, che e la Morte e si muta nel giovine Faust, abbagliante, incantatore, indifferente che per non mantenere il patto (la paura) cade nelle musiche degli angeli volgari, il ciclo dei volghi…. e si salva nel misticismo.

Ed ora ritorniamo alle glandule interstiziali… capite?    Dovette essere un disinganno atroce per Orfeo; nel voltarsi in dietro, la sua Euridice se n’era scappata con un caporale dei cavalleggeri di Firenze.

[1] Smith, Finot e Mappsi, citato dal Weber.
[2] Frumusan.
[3] Vie Posthume.
[4] Velivoli, automobili, ferrovie, telegrafi e telefoni d’ogni sorta.
[5] Sono le tavole degli arcani maggiori dei tarocchi, figure filosofiche che servono ad aprire gli occhi ai quasi ciechi.

Da:   www.giulianokremmerz.it

Post correlati

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata