CCCP_003tratto da: Corrispondenza Romana, CR/993, 26.5.2007.

Vladimir Bukovskij, uno dei più noti dissidenti del Novecento, continua con coerenza la sua opposizione al totalitarismo, estendendola dalla Russia ex-Sovietica a quella che nel suo ultimo libro definisce “EURSS, Unione Europea delle Repubbliche Socialiste Sovietiche” (Spirali, Milano 2007).

Nella primavera del 1971, non ancora trentenne, Bukovskij fu sommariamente processato e condannato a sette anni di lavori forzati, con l’accusa di aver pubblicato all’estero il libro Una nuova malattia mentale in Urss: l’opposizione. Poi, nel 1977, fu “scambiato” da Breznev con Luis Corvalan, prigioniero politico comunista in Cile. Dopo il crollo del Muro di Berlino, nel 1991 Bukovskij ritornò in Russia, su invito di Boris Eltsin.

Attualmente vive in Inghilterra, dove fa parte di quella comunità degli esuli russi sul Tamigi a cui appartenevano Vasilij Mitrokhin, che alla fine degli anni Novanta portò alla luce le attività del KGB in Occidente, e Alexander Livtinenko, l’accusatore di Putin assassinato con il Polonio il 23 novembre 2006.
Come Mitrokhin, Bukovskij è autore di un’opera fondamentale, gli “Archivi segreti di Mosca” (Spirali, Milano 1999), in cui sulla base di migliaia di documenti del Comitato Centrale del PCUS avventurosamente trascritti, racconta oltre trent’anni di storia europea e mondiale. Il nuovo libro che appare, scritto con il ricercatore russo Pavel Stroilov, è basato, come il precedente, su documenti di archivio di prima mano, ma condensato in centocinquanta pagine di appassionante lettura.

La perestrojka di Gorbacev fu, per Bukovski, il risultato di un disegno accuratamente studiato ed elaborato dagli strateghi del Cremlino.

bukovskiAll’inizio degli anni Ottanta i vertici sovietici si erano infatti resi conto che il loro sistema versava in una gravissima crisi strutturale. Da un lato, il loro modello economico – che, come ogni modello socialista, era improduttivo e dissipatore per definizione – li aveva portati alle soglie della bancarotta. D’altro lato, i “successi” ottenuti esportando tale modello in altri Paesi aveva caricato le loro spalle di un peso economicamente troppo gravoso. Il comunismo centralizzatore e burocratico, realizzato in URSS e nei suoi Paesi satelliti, era fallito.

La perestrojka fu presentata, come un ritorno alle origini, per meglio realizzare le conquiste del socialismo. «La fonte ideologica della perestrojka» è Lenin, dichiarava Gorbacev, parlando di «una rinascita dello spirito creativo del leninismo» e della necessità di «rileggere» e di «ripensare» le opere di Lenin per comprendere in profondità il metodo leninista.
Le stesse ragioni portarono Gorbacev a lanciare il progetto di “Casa Comune Europea”.

La data memorabile, secondo Bukovskij, è il 26 marzo 1987. Quel giorno il Politburo sovietico decise la politica dell’URSS in Europa occidentale per gli anni a venire. Gorbacev sintetizzò tale politica con brevità e chiarezza, come un ordine di combattimento: «Strangolare abbracciando». Il concetto, nella cerchia ristretta della leadership sovietica, era già denominato “Casa Comune Europea”. L’anno precedente l’allora Segretario del PCI Alessandro Natta era stato a Mosca e aveva spiegato al capo del Cremlino che l’unico mezzo di salvare il socialismo era quello di impossessarsi del progetto europeo.

«Sono necessari nuovi sforzi per l’allargamento delle alleanze non soltanto in Italia ma anche in Europa – disse Natta a Gorbacev – e deve trattarsi di tutte le forze di Sinistra, nel senso lato del termine. Occorre coinvolgere nelle alleanze non solo i partiti comunisti, socialisti e socialdemocratici, ma anche l’intero complesso dei movimenti, delle forze progressiste con aspirazioni diverse, inclusi i movimenti religiosi». I piani di Natta coincidevano con quelli del promotore della perestrojka.
Nel discorso segreto tenuto ai suoi alleati del Patto di Varsavia il 6 luglio 1988, Gorbacev illustrò i dettagli del nuovo progetto di Casa Comune Europea, che aveva il fine di «permettere al socialismo di inserirsi in modo più attivo e più ampio nel processo di formazione della politica mondiale». Il disegno di un’Europa unita dall’Atlantico a Vladivostock fu presto condiviso dai maggiori leader politici socialisti, da Brandt, a Gonzales, da Livingstone a Mitterand.

CCCP_004Dalle impressionanti trascrizioni dei loro colloqui con Gorbacev, risulta che il comune progetto era quello di creare una “convergenza” tra l’economia di mercato occidentale e quella collettiva dei Paesi dell’Est, per trasformare l’Europa in un unico blocco socialista.Il laburista Kenneth Coats arrivò a proporre una graduale fusione tra l’Europarlamento, che rappresentava allora 12 Paesi, e il Soviet supremo dell’Urss, comprendente 15 Repubbliche federali.

Dopo la caduta del Muro di Berlino, il summit del G7 tenutosi a Londra nel luglio del 1991 approvò la decisione di sottoporre a pressione economica l’Europa dell’Est, al fine di restaurare l’Impero sovietico. Tra i più entusiasti fautori della necessità di migliorate le relazioni fra l’Unione Sovietica e i Paesi dell’ex patto di Varsavia fu il primo ministro italiano Giulio Andreotti, che in quella sede dichiarò testualmente: «Sono felice di aver vissuto abbastanza per arrivare al giorno in cui siamo noi a dire all’Unione Sovietica di non abbandonare quella regione». Un mese dopo, Gorbacev venne sostituito da Eltsin e nacque la Federazione Russa, da cui si separarono la Lituania, la Lettonia e l’Estonia. La fine dell’Impero sovietico non segnò la scomparsa del progetto di Casa comune europea.

Da Maastricht a Nizza, fino alla Costituzione europea, la nomenklatura socialista cercò di salvare, con il progetto di Unione Europea, la sua utopia in bancarotta e il suo usurpato potere. Per chi abbia anche una lontana dimestichezza con il sistema sovietico, osserva Bukovskij, fa impressione la somiglianza dell’ex-URSS con le strutture politiche in via di sviluppo dell’Europa, la sua filosofia di governo, il suo “deficit democratico”, la sua endemica corruzione e l’inettitudine burocratica.

CCCP_005Oltre quindici anni sono passati dalla caduta del Muro, ma la battaglia contro il Leviatano continua, a Bruxelles e a Mosca. Bukovskij descrive la spregiudicatezza di Putin e degli attuali dirigenti russa. «Il KGB ha vinto la lotta interna per il predominio: ora riesuma i vecchi simboli, perpetra genocidi in Cecenia, ferma i media indipendenti.

Questo regime opprime e ricatta. Non è vero che la Guerra fredda sia finita». Le serrate critiche a Putin non spingono l’autore ad alcuna simpatia per il mondo islamico, come accade a molti oppositori dell’odierno Cremlino. Bukovskij paragona i musulmani ai bolscevichi, scrivendo: «non possiamo concedere loro nulla. Quanto più concedi, tanto più pretendono».

La vera minaccia per l’Europa non viene, a suo avviso, dall’Islam esterno all’Europa, ma dai milioni di musulmani che sono stati fatti entrare nel nostro territorio europeo, fino a formare una vera e propria “quinta colonna”. In Inghilterra, in particolare, dove vivono tre milioni e mezzo di musulmani, il problema è estremamente serio. «Se domani dovessero insorgere, non saremo in grado di fermarli; la nostra polizia è disarmata, l’esercito conta in tutto novantamila uomini. Non abbiamo i mezzi per difenderci».

Nessuna indulgenza all’antiamericanismo, come accade a tanti esponenti della “falsa destra” europea. Il dissidente russo suggerisce anzi agli USA di farsi promotori di un’Unione Economica alternativa, così da vanificare l’utopia socialista e «salvare quell’avanzo di Guerra fredda chiamato Unione Europea».
Vladimir Bukovskij non è un visionario, ma uno storico rigoroso e un lucido interprete del nostro tempo. Nelle sue pagine impietose, si respira una ricerca di verità assente nelle maggior parte delle analisi dei politologi contemporanei. Il suo saggio, anche per questo, merita la più ampia diffusione.

Fonte

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