tratto da: Gregorio PENCO osb, Il monachesimo nella storia d’Italia, fascicoli in Avvenire, s.d., p. 207-216.

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Di epoca in epoca, nelle forme più diverse, il monachesimo non ha cessato di dar origine a manifestazioni di vita religiosa associata (cenobitismo) o solitaria (eremitismo) che hanno ricoperto il territorio della Penisola, vi hanno impresso i propri caratteri, vi hanno lasciato innumerevoli ricordi nei settori più svariati dell’esistenza e dell’operosità.

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La «stabilitas» dei monaci (legati per tutta la vita a un particolare cenobio), la perpetuità dell’ufficio abbaziale, la capacità, da parte di quella medesima Regola, di dar vita a dei nuclei aggreganti in cui si radunano masse sempre più cospicue del “volgo disperso” sono stati i fattori più importanti di un simile rapporto. Ciò, naturalmente, per quanto è possibile ricostruire un simile processo dopo tanto susseguirsi di invasioni, distruzioni, soppressioni, rivolgimenti politici, sociali, culturali.

san_galgano_2Le origini

Proprio per la sua posizione centrale nell’antico mondo mediterraneo e per il richiamo dell’ambiente romano l’Italia fu investita abbastanza presto, alla metà del secolo IV, dal movimento monastico e visitata da qualcuno dei suoi più illustri esponenti e ammiratori, come sant’Atanasio, autore della celebre «Vita Antonii», tosto tradotta in latino. Ma, nella stessa Penisola, veniva sorgendo – spesso per iniziativa dei vescovi locali – un movimento ascetico che affondava le sue radici nelle più antiche tradizioni delle singole diocesi. Nuclei di asceti e di sacre vergini esistevano infatti in diverse città per tener vivo quel fervore spirituale che, all’epoca delle persecuzioni, si era espresso nell’ideale del martirio. Di fatto, i monaci considereranno il loro genere di vita come una continuazione e una supplenza nei confronti del martirio stesso, una volta che un simile ideale andava allontanandosi nel tempo e nelle concrete condizioni di vita.

Già nella seconda metà del secolo IV siamo a conoscenza del soggiorno in Italia, nell’isola di Gallinara sulla costa ligure, di san Martino di Tours (360), il grande vescovo monaco che rimarrà uno dei modelli del monachesimo medievale e uno dei santi più popolari di tutta la Cristianità. La venuta a Roma di san Girolamo nel 381 diede un ulteriore contributo alla diffusione dell’ideale ascetico coinvolgendo specialmente le nobili matrone romane dell’Aventino, poi pronte a seguire san Girolamo stesso in Palestina. Ne nasceva un movimento ascetico profondamente legato alla lettura e allo studio della Bibbia che costituirà a lungo un modello per le analoghe correnti successive. L’Italia non possedeva ancora, evidentemente, tra i secoli IV-V dei propri testi di legislazione monastica ed era perciò tributaria – attraverso le traduzioni – dei testi di origine orientale, come le Regole di san Pacomio e di san Basilio. Ma, soprattutto, saranno gli scritti del marsigliese Giovanni Cassiano a diffondere anche in Italia temi e dottrine della tradizione monastica orientale, rimasti poi quale patrimonio comune di tutto il Medio Evo. Anche altre correnti ascetiche verranno ad arricchire il movimento monastico della Penisola, come quella dei profughi dall’Africa (tra cui san Fulgenzio di Ruspe, profugo in Sardegna) in conseguenza della persecuzione vandalica o quella rappresentata da Eugippio, discepolo e biografo di san Severino apostolo del Norico e fondatore di un monastero (Castrum Lucullanum) nei pressi di Napoli.

manoscrittoL’epoca di san Benedetto

Con Eugippio arriviamo non solo all’epoca (metà del secolo VI) ma anche all’ambiente di san Benedetto, la Campania: e, di fatto, rapporti più o meno diretti tra i due personaggi sono ipotizzabili a causa del comune riferimento al testo di una anonima regola monastica, la cosiddetta «Regula Magistri», utilizzata da entrambi per la stesura della propria regola. A Roma esistevano, poi, numerosi centri monastici nella forma di monasteri basilicali (aggregati, cioè, alle più importanti basiliche dell’urbe) per impulso degli stessi papi: è la corrente monastica di cui costituisce tuttora una testimonianza il monastero romano di San Paolo fuori mura.

Una fonte molto importante – pur nella peculiarità del suo genere letterario – per la conoscenza dell’antico monachesimo italico è costituita dai «Dialoghi» di san Gregorio Magno (+604), da cui veniamo a conoscere l’esistenza di numerose comunità maschili e femminili, di abati e di eremiti, ma, soprattutto, siamo informati sulla vita di san Benedetto (+547) a cui il santo Pontefice dedica il secondo libro dei suoi «Dialoghi».

Il Santo di Norcia campeggia infatti, in maniera singolare, tra la serie di personaggi ricordati negli scritti gregoriani, segno di una predilezione che ne aveva colto l’importanza storica e spirituale e in gran parte causa; a sua volta, della successiva popolarità del Santo stesso e della sua Regola. Dalla prima esperienza a Subiaco, ove Benedetto aveva trascorso un periodo di vita eremitica al Sacro Speco e ove aveva poi fondato tredici monasteri, fino al passaggio a Montecassino, ove l’ideale monastico del Santo troverà la sua piena e definitiva espressione, è tutto un cammino spirituale quello che san Gregorio viene tracciando nella presentazione di san Benedetto quale “uomo di Dio” più che legislatore.

La “Regola” di san Benedetto

L’altra fonte per la conoscenza non tanto della vita quanto dell’opera di san Benedetto è la “Regola”. Composta di un Prologo e di 73 capitoli, essa si colloca al termine di una prima fase della tradizione monastica occidentale, dopo quasi due secoli di esperienze e di fondazioni dai caratteri più vari. A un primo approccio con essa il lettore può avere l’impressione di una sproporzione paradossale tra la relativa esiguità del testo e la vastità del suo influsso, tra la limitatezza della sua diffusione iniziale e l’importanza della sua irradiazione successiva in ogni Paese, sproporzione che qualche studioso del passato voleva spiegare mediante il ricorso a un presunto incarico papale al Santo stesso al fine di unificare il monachesimo occidentale e preparare la conversione dei nuovi popoli.

Tramontate ipotesi del genere, l’importanza storica della Regola di san Benedetto è oggi vista come dovuta essenzialmente alla convergenza di due fattori: le doti intrinseche della Regola stessa e il successivo interessamento di abati, sovrani e pontefici per la sua adozione anche al di là delle Alpi. Come e ancor più che la vita di san Benedetto, la Regola è scarsa di riferimenti al mondo contemporaneo, alla storia. Si direbbe che come la storia, alle origini, ha ignorato la Regola di san Benedetto, così la Regola ha ignorato la storia, fatto paradossale se si pensa allo stretto rapporto che, lungo i secoli, si stabilirà fra i due fattori.

Come tutti i classici – e la Regola di san Benedetto, nel suo genere, senza dubbio lo è – anche tale Regola richiede una lettura attenta e ripetuta al fine di captarne, insieme con i suoi innegabili limiti legati a una particolare cultura, anche gli immensi pregi. L’ideale monastico, comunque lo si concepisca, non potrà più prescindere da quel testo, proprio perché esso ne ha dato una formulazione esemplare.

Il senso di Dio e dell’uomo, della paternità spirituale e della comunità, della ricerca di Dio e del primato della preghiera in un clima di gratuità e di disponibilità all’ascolto, il riferimento continuo a Cristo, la percezione della debolezza e dei limiti delle persone, l’edificazione reciproca, la sollecitudine per i vari aspetti della vita comune, il saggio impiego del tempo, sono questi i contributi più importanti che la Regola di san Benedetto ha offerto alla vita religiosa di ogni epoca.

La Regola sa fondere l’aspetto precettivo con quello esortativo, assumendo al riguardo quell’atteggiamento che essa stessa raccomanda all’abate e facendo tesoro di quell’esperienza che essa medesima a volte ricorda. Tempi e luoghi, parole e silenzi, gesti e pensieri, situazioni e stati d’animo, ordini ed esecuzioni, norme e dispense, singoli e gruppi sono via via ricordati per dare della vita monastica la visione più completa e concreta possibile. E se molto rimane di non deciso, di non determinato fino all’ultima precisazione, anche questo è dovuto al carattere sapienziale della Regola che si esprime principalmente nella «discretio», considerata come un particolare carisma.

Peculiarità della “Regola”

L’apporto tipico della Regola benedettina è la creazione della comunità, nei suoi diversi uffici gerarchici, nelle sue articolazioni, nelle relazioni non solo verticali dei monaci con l’abate ma anche orizzontali dei monaci fra di loro. Unendo la tradizione monastica egiziana che ammetteva, ad esempio, la struttura delle decanie (raggruppamenti di monaci a dieci a dieci), con quella occidentale agostiniana, san Benedetto dà origine a una costruzione vitale, solida e flessibile insieme, capace di affrontare la sfida del tempo.

Fin dal Prologo san Benedetto dichiara di voler costituire una “scuola dei servizio divino”, espressione basata sul concetto del monastero come àmbito formativo in cui Cristo dispensa il suo insegnamento per mezzo dell’abate. In tale àmbito i monaci devono innanzi tutto esercitare gli strumenti dell’arte spirituale al fine di portare alla pienezza la propria vocazione cristiana. Ne risulta un ambiente che viene a costituire una piccola immagine della Chiesa sul piano dei valori più alti (carità, preghiera, ricerca di Dio, caratteristiche che devono riscontrarsi nei candidati), senza alcun esplicito impegno sul piano della vita pastorale o dell’evangelizzazione. Tali ultimi compiti – svolti occasionalmente da san Benedetto a Subiaco e a Montecassino – sono infatti legati al particolare carisma del Santo e non sono menzionati né supposti dalla Regola. Tra l’altro, la comunità è e rimane composta quasi esclusivamente da laici, dato che i sacerdoti da essa previsti sono ammessi soltanto per l’esercizio della normale vita liturgica della comunità stessa. Soltanto dopo il Mille, per un concorso di vari fattori, si verificherà il processo noto sotto il nome di clericalizzazione del monachesimo con l’aumento della categoria dei sacerdoti a cui, per altro, si affiancherà la classe dei fratelli conversi.

La Regola di san Benedetto non ha particolari preoccupazioni di originalità e anche dal punto di vista letterario essa si vale della lingua in uso allora negli ambienti monastici, pur sapendo ricorrere ad espressioni particolarmente vigorose e incisive e adattarsi alla varietà degli argomenti trattati, come appare evidente in modo speciale nel lungo codice liturgico (cc. 8-20). Lo studio delle fonti, particolarmente intensificatosi negli ultimi decenni, permette di stabilire che l’autore ha avuto un’ampia conoscenza della tradizione monastica e della relativa letteratura.

Tale problematica, completamente rinnovata a partire dal 1938 in seguito al sorgere del dibattito sulle sue relazioni con la già ricordata «Regula Magistri», ha in effetti ridimensionato l’immagine di san Benedetto iniziatore assoluto, per far posto all’immagine di un legislatore che ha saputo trarre dalla tradizione temi e testi, dottrine e istituzioni, pur giungendo a una sintesi che è tutta sua.

Il genio del Santo ha modo di manifestarsi specialmente nella discrezione, nella sollecitudine verso i malati e i deboli, nel richiamo alla comune fragilità, nel realismo, insomma, che conosce possibilità e limiti delle persone a cui si indirizza, nella relativa larghezza in fatto di cibo e di sonno. La comunità prevista dalla Regola benedettina è una comunità autonoma, non venendo a far parte di alcun più vasto organismo monastico. E, di fatto, fino al Mille, allorché cominceranno a sorgere gli Ordini monastici basati su di un maggiore o minore accentramento, i monasteri benedettini percorreranno ciascuno una propria parabola e potranno attingere unicamente alle proprie risorse anche se, dal punto di vista ecclesiastico, saranno inquadrati anch’essi nell’organismo diocesano. I rapporti col mondo, da cui si prendono accuratamente le distanze, vengono pressoché esclusi, mentre si insiste sulla opportunità di una completa autosufficienza a tutti i livelli.

Lavoro e cultura

L’impegno del lavoro, di carattere prevalentemente artigianale e solo eccezionalmente agricolo, ha lo scopo di evitare l’ozio e di fornire alla comunità, come pure agli ospiti, i normali mezzi di sostentamento. In forza della stabilità dei monaci e dell’organizzazione del monastero, quest’ultimo viene a disporre dell’elemento che per lo più scarseggia nella società alto medievale, e cioè una mano d’opera relativamente abbondante. In conseguenza di ciò i monasteri potranno assumere funzioni di supplenza in campo economico e sociale, tecnico e organizzativo (come anche scolastico e culturale), inserendosi pienamente nel ritmo dell’economia curtense; ne verrà ipotizzato il recupero dei latifondi dell’età tardoimperiale come pure l’acquisizione di possessi sempre più estesi, amministrati, quanto alla concessione a coloni, secondo i vari tipi di contratti in uso nell’economia dell’alto Medio Evo.

Per ciò che riguarda l’orizzonte culturale, la Regola di san Benedetto rimane anche in ciò nell’orbita del monachesimo antico che legava ogni interesse in materia all’approfondimento dei testi biblici e alla celebrazione della liturgia. Attorno alla «lectio» del testo sacro viene infatti organizzandosi tutto un mondo che potremmo definire pre-culturale (preoccupazione della lettura attenta e assidua, esercizi supplementari per i più bisognosi, scuola per i fanciulli offerti al monastero dai genitori), senza contare l’impegno di procurarsi i relativi testi e commenti patristici e di saper giudicare della loro ortodossía in un’epoca di persistente o rinnovata influenza dell’eresia ariana.

Erano ancora modeste premesse ma da esse deriverà remotamente quell’applicazione all’approfondimeno del testo sacro che – giunto al suo apogeo nei secoli XI-XII – è stato definito dagli studiosi del nostro tempo “teologia monastica”. Del tutto eccezionale è invece rimasto l’esperimento tentato qualche decennio dopo, in Calabria, nel monastero di Vivarium, dall’ex-senatore Cassiodoro (+580), mirante alla costituzione di una sorta di accademia, anche se grande, in ogni caso, è stato il ruolo esercitato da Cassiodoro stesso nell’allestimento di strumenti adeguati (elaborazione di discipline e traduzioni di testi) per la futura promozione dello scibile medievale e la costituzione di una vera e propria enciclopedia.

Frattanto anche le fondazioni monastiche avevano dovuto subire le conseguenze della terribile invasione longobarda del 568 e Montecassino stesso verrà distrutto nel 577. I monaci cassinesi si rifugiarono a Roma presso il monastero di San Pancrazio al Laterano, mentre un po’ dappertutto le istituzioni religiose venivano gravemente sconvolte da tale invasione. Tra i Longobardi e Bisanzio: è questo il mondo entro il quale dovette vivere e operare il grande pontefice san Gregorio, già monaco nel monastero di Sant’Andrea al Celio, che in seguito assumerà il suo nome. San Gregorio, sempre legato da incancellabile ricordo al suo cenobio, si prodigò a favore di esuli e fuggiaschi e, divenuto papa, dal suo monastero romano trasse il monaco Agostino e altri quaranta monaci che avrebbero dovuto iniziare l’evangelizzazione dell’Inghilterra (596). Dato però che in tale epoca nei monasteri si osservava una sorta di regole “miste”, in cui nessuna aveva il dominio assoluto, non si può ancora parlare, al riguardo, di una vera e propria osservanza “benedettina”. L’influenza di san Gregorio sulla successiva tradizione monastica – come, in genere, nei vari campi della vita cristiana – fu incalcolabile a causa della diffusione dei suoi scritti dai quali egli emerge come il maestro dell’esegesi spirituale della sacra Scrittura, alle origini di quello che è stato chiamato “Medio Evo gregoriano”.

Le altre correnti monastiche

In forza dei movimenti migratori allora in atto nel mondo occidentale, altre correnti monastiche raggiungono la Penisola e vi si stabiliscono: è il caso, in particolare, della corrente irlandese rappresentata da san Colombano che agli inizi del secolo VII si stabilisce sull’Appennino ligure-emiliano e vi fonda il celebre monastero di Bobbio, morendovi nel 615. L’importanza di tale fondazione è anche dovuta al rapporto che è venuto a stabilirsi tra il Santo irlandese e la dinastia longobarda la quale guarda a tale monastero come a un avamposto verso la Liguria ancora in mano ai bizantini. A sua volta il monastero di Bobbio inizia la conversione dei presidi militari longobardi, preparando quell’avvicinamento completo tra i due popoli che si verificherà, in proposito, alla fine del secolo VII e costituisce uno degli eventi storico-religiosi più importanti dell’alto Medio Evo. E allora, quasi per cancellare i ricordi delle precedenti devastazioni, saranno proprio i sovrani longobardi a farsi fondatori e benefattori di fondazioni monastiche, così come il papato utilizzerà monaci ed ecclesiastici orientali, profughi in Occidente, per il completamento di tale impresa missionaria. E il fenomeno su cui tanta luce hanno gettato i ritrovamenti avvenuti alla metà del nostro secolo nella chiesa di Santa Maria di Castelseprio presso Varese con le sue decorazioni pittoriche tipicamente orientali. Sul piano culturale Bobbio diverrà ben presto un importantissimo centro scrittorio, punto di incontro, anche in tale campo, delle correnti più diverse.

Ma in ogni regione è tutto un fiorire di nuove fondazioni monastiche, dalla Tuscia al Beneventano, dalla pianura padana al ducato di Spoleto, in cui domina incontrastata la Regola di san Benedetto. Motivi squisitamente religiosi si uniscono ad altri di carattere economico e politico, come un notevole movimento patrimoniale che si esprime mediante donazioni, concessioni e permute o l’intromissione dei fondatori nella nomina dei rispettivi abati. In ogni caso tali fondazioni, tra le quali deve essere ricordato in modo particolare il monastero femminile di Santa Giulia di Brescia, preparano l’incontro e la fusione dell’elemento latino con quello longobardo sotto la comune egida della Regola benedettina.

montecassinoLe fondazioni monastiche

Tali fondazioni contribuiscono anche alla riscoperta e alla rivalorizzazione degli antichi culti santorali o alla rinascita dei monasteri distrutti nel primo impeto dell’invasione. E’ il caso, in modo particolare, di Montecassino, risorto nel 717 ad opera del longobardo Petronace e di venuto ben presto, nella considerazione di tutto l’Occidente, il modello dell’osservanza benedettina a cui perciò ci si dirige per apprenderla in maniera precisa e a cui ci si lega mediante la comunanza dei suffragi e delle preghiere. Quasi a sanzionare ufficialmente il rapporto tra il monastero fondato da san Benedetto e quello risorto nel secolo VIII, papa Zaccaria nel 750 restituisce al cenobio l’autografo della Regola messo in salvo dai profughi e fino allora conservato nell’archivio lateranense. E a Montecassino diviene monaco il re longobardo Rachi.

Nell’Italia padana, da Pavia a Nonantola, le fondazioni monastiche longobarde si radicano profondamente, come del resto avviene in ogni regione, in cui tale popolo, nelle sue varie componenti sociali, fa a gara per promuovere simili fondazioni. Farfa nella Sabina, San Vincenzo al Volturno nel Beneventano, Santa Sofia di Benevento rappresentano solo i capi più celebri, giunti, specialmente nel caso del cenobio farfense, alla costituzione di veri e propri domini territoriali (dal Lazio alle Marche), anche se in seguito, sul piano più apertamente politico, tali monasteri compiranno delle scelte profondamente diverse quanto ai rapporti con la Chiesa romana.

L’influsso dell’economia monastica

Di fatto, è in campo economico che le fondazioni monastiche vengono a esercitare un ruolo sempre più importante, dato che i rispettivi patrimoni si presentano come aziende agrarie in cui operano nuclei sempre più cospicui di coloni e di operai. Il monastero viene in tal modo a svolgere la funzione di una «curtis» centrale con le sue dipendenze periferiche sempre più sparse e numerose, ove si impiantano casali e depositi, mulini e frantoi, mentre il monastero principale è sede di mercati e di scambi e ramifica i propri contatti anche mediante il commercio fluviale. Tutto ciò è ricostruibile in base ai documenti superstiti – che costituiscono la parte preponderante della documentazione dell’età longobarda – dato che le trasformazioni successive hanno profondamente modificato e in gran parte cancellato le tracce di simile attività economica.
Accanto ad essa è pure da ricordare la funzione svolta dai centri monastici dell’epoca longobarda ai fini del riordinamento viario dopo gli sconvolgimenti causati anche in tale settore dalle invasioni. Sui valichi alpini e appenninici vengono costruiti ospizi (divenuti in qualche caso veri e propri ospedali) per l’assistenza ai viaggiatori e ai malati, così come, per l’assistenza spirituale alle popolazioni, sorgono oratori e cappelle rurali. Altrove sono le costruzioni addossate ai monasteri e occupate da nuclei familiari a modificare profondamente l’urbanistica locale, come nel caso di Brugnato (La Spezia): e tali nuclei familiari percorreranno in seguito un proprio cammino economico e sociale, sancito a volte da precisi statuti giuridici.

carlo_magnoI tempi di Carlo Magno

La sostituzione del dominio franco a quello longobardo nella Francia non ebbe conseguenze molto vistose per la vita monastica, eccetto qualche sporadico episodio di tensione, nel medesimo monastero, fra appartenenti alle diverse stirpi, quella dei vincitori e quella dei vinti.

Carlo Magno confermò, in genere, i privilegi ai monasteri già esistenti, Montecassino, Novalesa, Farfa, San Vincenzo al Volturno, ai quali numerosi altri andavano aggiungendosi. Di fatto, la Regola di san Benedetto veniva acquistando sempre maggiore importanza ai fini di una maggiore coesione religiosa del regno (e poi impero) franco. In tale àmbito, però, il monachesimo italico rimase come una corrente marginale e distaccata, come è dimostrato dalla scarsa o nulla partecipazione di esso alla riforma promossa agli inizi del secolo IX – con l’incoraggiamento dei sovrani carolingi – da san Benedetto d’Aniano al fine di unificare le osservanze dei rispettivi centri monastici: e ciò probabilmente per la coscienza di possedere una tradizione autonoma legata alle fondazioni locali e, in primo luogo, alla sede stessa di Montecassino.

Alla rinascita culturale dell’epoca carolingia anche i centri monastici italiani partecipano, in ogni caso, con personalità quali quella di Paolo Diacono, monaco cassinese e storico dei Longobardi, e di Ambrogio Autperto, abate di san Vincenzo al Volturno, notevole per lo sviluppo assegnato alla teologia mariana. Il rapporto col mondo franco è pure testimoniato dalla venuta in Italia, nel monastero di Civate presso Como, del monaco Ildemaro che in tale ambiente compose un commento alla Regola di san Benedetto, il più antico a noi noto, a cui si ispireranno anche altri commenti della medesima epoca, primo fra tutti quello un tempo attribuito a Paolo Diacono.

Di fatto, la Regola benedettina acquista, con l’eclissi di tutti gli altri testi di legislazione monastica, un dominio sempre più incontrastato, anche se – a tre secoli dalla sua composizione – si impongono tante modifiche in campo istituzionale, giuridico e liturgico. Al monastero mediopiccolo previsto dalla Regola è venuto ora sostituendosi un modello monastico che ammette anche comunità di grandi dimensioni, con tutto ciò che una simile evoluzione comporta in campo logistico e organizzativo.

Tra l’altro, va sempre più infittendosi la rete di dipendenze che, dalla sede centrale, si diramano nelle regioni circostanti. Ciò spiega come vadano profilandosi nuovi testi legislativi, le Consuetudini, che integrano, modificano, precisano singole norme della Regola benedettina per adattarle alla nuova situazione.
Si fa strada pure una tendenza verso una crescente importanza accordata alla celebrazione liturgica con l’aumento dei riti e la comparsa di nuove forme di devozione personale.

pomposaI grandi monasteri dell’epoca carolingia

Tra la documentazione ancora molto discontinua compaiono nomi di nuovi monasteri destinati in seguito a una grande prosperità: tra di essi va citato almeno il monastero di Pomposa, vicino a Comacchio, che estenderà i suoi possessi ben oltre i confini della regione, famoso per il suo altissimo campanile e i suoi splendidi cicli pittorici. Anche per impulso dei sovrani franchi i monasteri intensificano la loro attività culturale di cui un simbolo e, al tempo stesso, uno strumento efficacissimo è costituito dalla minuscola carolina, così largamente impiegata dagli scrittori monastici per la diffusione di testi classici e cristiani. L’epoca carolingia si conclude però tragicamente con le distruzioni di numerosi monasteri – tra cui Montecassino e San Vincenzo al Volturno – alla fine del secolo IX per opera dei Saraceni, così come dopo qualche decennio saranno le incursioni magiare a seminare morte nelle fondazioni monastiche dell’Italia padana.

Il secolo X, pur se definito abitualmente come “il secolo di ferro” a causa della decadenza delle principali istituzioni a cominciare dalla Chiesa romana, si apre con una promessa di rinascita in campo monastico costituita dalla fondazione, in Borgogna, dell’Abbazia di Cluny (910). Tale fondazione segna infatti una data importantissima non soltanto per il monachesimo franco ma anche per quello di tutto l’Occidente a causa del nuovo modello di organismo religioso accentrato e unitario da essa proposto. I suoi grandi abati, specialmente sant’Odone e san Maiolo, avranno occasione di scendere ripetutamente in Italia per interessarsi della riforma monastica nella Penisola. Sia a Roma sia, e ancor più, nei numerosi priorati lombardi aggregati all’Ordine di Cluny, la riforma cluniacense ha modo di espandersi, cosa che del resto avviene anche indipendentemente da una aggregazione giuridica a tale Ordine, come nel caso dell’abbazia di Cava dei Tirreni (presso Salerno) fondata da sant’Alferio nel 1011. L’Ordo Cavensis diverrà anzi, con le sue numerose dipendenze, una delle correnti monastiche più importanti dell’Italia meridionale arrivando fino alle soglie dell’età moderna. Nell’Italia subalpina sono le nuove stirpi marchionali, come quella degli Aleramici, a favorire i monasteri della regione che vede ora una nuova fioritura di fondazioni, da San Michele delle Chiuse a Fruttuaria, non esclusi i casi di monasteri che sorgono nel l’immediato suburbio delle diverse città padane. I contatti con gli altri Paesi d’Europa si intensificano e in Francia operano monaci come san Guglielmo di Volpiano e Giovanni di Fécamp (nativo di Ravenna), così come sempre più vasta si fa la circolazione di testi e di idee, di modelli e di programmi, poi confluiti nella riforma gregoriana.

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