sarajevo28juillet1914tratto da: Jean-Jacques BECKER, 1914, L’anno che ha cambiato il mondo, Lindau 2007.

Jean-Jacques Becker, professore emerito di Storia contemporanea all’Università di Paris X-Nanterre, è presidente dell’Historial de la Grande Guerre di Péronne.

l 28 giugno 1914 a Sarajevo, capitale della Bosnia-Erzegovina, alcuni colpi di pistola sparati dallo studente nazionalista serbo Gavrilo Princip uccisero l’arciduca d’Austria Francesco Ferdinando e sua moglie, innescando una serie di decisioni politiche e avvenimenti che condussero allo scoppio di una guerra su scala mondiale. Lo spaventoso bilancio di questo conflitto è tristemente noto: milioni di morti, un disastro economico e culturale e l’avvento dei regimi totalitari che hanno insanguinato il ‘900.Come è potuto accadere? Quali erano gli obiettivi e i pensieri dei protagonisti della scena politica di quel periodo? E quali furono le reazioni dei popoli all’annuncio di un conflitto imminente? Jean-Jacques Becker, analizzando con grande rigore gli avvenimenti del 1914, smentisce la teoria, da sempre accettata, secondo la quale la prima guerra mondiale sarebbe stato un evento in qualche misura «inevitabile». Attraverso l’analisi puntuale di un ricchissimo materiale storiografico (che comprende memorie e diari, scambi epistolari – per esempio quelli tra Guglielmo II e Nicola II -, periodici e pamphlet), l’autore ci offre una nuova chiave di lettura della vicenda. Attraverso le parole e le scelte di presidenti e imperatori, ambasciatori, intellettuali e leader politici di ogni livello, si dipana davanti ai nostri occhi l’intreccio quasi diabolico di ostinazione, ingenuità e inettitudine che incendiò l’Europa d’inizio secolo.Nei primi mesi del 1914, tutti pensavano che la guerra non sarebbe durata più di qualche mese, e che non avrebbe oltrepassato i limiti di una contesa «locale» tra Austria-Ungheria e Serbia: un errore fatale, nel quale incapparono non solo eminenti capi di Stato (il viaggio in Russia di Poincaré e Viviani nei giorni dell’ultimatum austroungarico) ma anche le organizzazioni operaie, con la Seconda Internazionale incapace di sanare i dissidi tra socialisti francesi e socialdemocratici tedeschi.Becker segue l’evolversi della situazione mese per mese, ricostruendo con pazienza la dinamica dei fatti e indagando in maniera acuta le azioni di tutti i protagonisti della vicenda. Il risultato è un affresco complesso, innovativo e penetrante.

«Nella storia degli uomini vi sono date conosciute ovunque nel mondo: tra queste, il 1914. Tutti sanno che in quell’anno l’Europa, il continente che allora dominava il globo, avvampò, con conseguenze tali che al conflitto venne dato – in seguito e a torto – il nome di prima guerra mondiale. Un avvenimento di quella portata non poteva essere stato frutto del caso e poiché costò la vita a quasi 10 milioni di esseri umani, si decise che si era trattato di una conclusione inevitabile.

La Grande Guerra poteva essere evitata modificando, così, radicalmente la storia del XX secolo? Domande di questo tipo sono assurde o perlomeno antistoriche, dal momento che essa è scoppiata, e il dovere dello storico consiste nel tentare di analizzare ciò che è stato.

Eppure, la prima guerra mondiale rappresenta un problema reale, dal momento che essa è uno dei soggetti storici su cui sono stati scritti più libri. La discussione dura da novant’anni: in tutti i paesi, i più grandi specialisti di storia contemporanea (e anche di altri periodi) continuano a interrogarsi, innanzitutto, sulle responsabilità della guerra del 1914, poi sulle cause che l’hanno determinata. Ci limitiamo a citare Jean-Baptiste Duroselle e François Furet: alla fine della loro vita, la Grande Guerra rimaneva ancora qualcosa di «incomprensibile» per il primo e di «enigmatico» per il secondo. L’uno e l’altro non alludevano soltanto alle cause scatenanti della guerra, ma al conflitto nella sua interezza e in particolare all’accanimento con cui si combatté e all’ostinazione dimostrata dai popoli europei nel distruggersi a vicenda. Nondimeno, la spiegazione di ogni evento bellico si trova molto spesso nel momento in cui esso scoppia. Tale momento è diventato così importante da giustificare la domanda: sarebbe stato possibile evitare che la guerra avesse luogo, perlomeno in quel periodo, e cosa sarebbe successo in quel caso? Per molto tempo si è studiata la concatenazione di fatti che hanno portato alla guerra per concludere che una volta avviato l’ingranaggio non era più possibile arrestarlo, e che l’intera Europa fu travolta per un semplice effetto meccanico. A dire il vero, l’ingranaggio era già stato messo in moto in altre occasioni, ma fino ad allora erano state trovate soluzioni pacifiche per fermarlo. Inoltre, rifugiarsi dietro una spiegazione meccanica non significa forse accettare una visione deterministica della storia? Siamo sicuri di esserci davvero domandati se non ci siano stati momenti in cui il meccanismo poteva essere fermato? Non si è forse messo troppo l’accento sulla fatalità e sul destino e non abbastanza su ognuno di quegli istanti in cui la volontà di un uomo o di un gruppo di uomini avrebbe potuto far muovere il meccanismo in senso inverso? In ogni caso, se la forza del destino si è esercitata sempre in un’unica direzione, ci deve essere una spiegazione. Siamo in grado di trovarla presso gli uomini presi uno a uno e i popoli considerati nel loro insieme? Forse la chiave dell’enigma, dell’incomprensibile, è proprio qui, ed è qui che bisogna cercarla.

La costituzione degli Stati nazionali fu una delle principali realizzazioni del XIX secolo. Nel mosaico di paesi in cui era divisa l’Europa all’inizio del secolo, gli Stati nazionali erano ancora rari: la Francia, il Regno Unito e forse, in certo qual modo, la Russia (per quanto la Russia sia rimasta in gran parte uno Stato patrimoniale, cioè di proprietà di una dinastia, e abbia racchiuso all’interno dei propri confini un gran numero di popoli non russi). Tuttavia, nel corso del secolo, numerose regioni si riunirono in compagini nazionali, come la Germania, l’Italia e i Paesi balcanici, che si erano liberati dell’influenza ottomana per diventare tanti piccoli Stati nazionali. Retaggi della storia come l’Austria-Ungheria cominciarono a essere percepiti come reliquie del passato, e l’impero degli Asburgo fu così messo in discussione, dall’interno, dalle nazionalità che si sentivano dominate e, dall’esterno, dai popoli che intendevano costituire nuovi Stati con i loro compatrioti all’interno dell’Impero. Da ciò deriva l’atteggiamento mostrato dall’Austria-Ungheria improntato a una difesa aggressiva contro tali pericoli.

Non si tenne sufficientemente conto di un tratto caratteristico degli Stati nazionali: i loro abitanti cessavano di essere sudditi di un sovrano per diventare cittadini con diritti e doveri; tra questi doveri ve n’era uno che aveva assunto un ruolo centrale: la difesa della patria contro i pericoli e le ambizioni esterne, vere o presunte.

trinceaitalianaCertamente, la guerra è un elemento costante della storia, ma quest’idea così radicata aveva mascherato il fatto che il confronto tra Stati nazionali non avrebbe più avuto molto a che vedere con la guerra tradizionale, la guerra «dinastica». Non si trattava più di guerre dalle quali i popoli erano esclusi, ma di un conflitto che li avrebbe coinvolti, di cui sarebbero stati i «beneficiari» e che avrebbe dato loro la sensazione di combattere per i propri interessi. Il servizio militare obbligatorio e, nel caso, la mobilitazione generale erano due aspetti di questa nuova realtà. I popoli erano diventati «patrioti» nel senso nuovo del termine e né i politici, né i popoli stessi avevano immaginato gli effetti di questo cambiamento. Si è sempre detto che i Balcani sono la santabarbara d’Europa, ma in realtà, attraverso il moltiplicarsi delle «patrie», era tutta l’Europa a essersi trasformata in una santabarbara, senza che se ne avesse davvero coscienza. Esisteva l’idea che potesse scoppiare una guerra, ma erano pochi coloro che avevano intuito che sarebbe stato un evento ben diverso da quelli del passato. L’aspetto più grave era costituito dall’atteggiamento dei politici di quegli Stati nazionali, i quali non si rendevano quasi conto della nuova situazione, spesso estranea alla loro formazione intellettuale. È pur vero che, un secolo prima, le guerre legate alla Rivoluzione francese e all’Impero napoleonico avevano rappresentato una sorta di anticipazione delle guerre nazionali che si sarebbero verificate più tardi, ma non ne era stata tratta alcuna lezione. I monarchi e i politici repubblicani continuavano a ragionare secondo schemi che appartenevano al passato, all’epoca degli Stati dinastici: questa inadeguatezza rappresentava il più grande pericolo per la pace in Europa. Da un lato vi era un insieme di nazioni che non avevano in generale alcuna vera ragione di combattere i propri vicini, ma in seno alle quali era cresciuto l’odio nei confronti dell’altro (il patriottismo, ribattezzato in questo caso nazionalismo, induce spesso – quasi sempre – a percepire il vicino come un avversario, un nemico); dall’altro, un gruppo di politici europei riteneva che fosse loro dovere dar prova di «fermezza», e pensavano che regolare un contenzioso con i vicini, se necessario, attraverso l’uso delle armi, fosse certamente un fatto deplorevole, ma pur sempre nella natura delle cose. «Difendersi» contro ciò che non poteva essere interpretato altrimenti che come un’aggressione era un indiscutibile dovere.

Questo non era lo stato d’animo di tutti gli europei. Esistevano in Europa forze potenti il cui obiettivo era la pace: le Chiese, in particolare, sentivano la necessità di vigilare. C’era anche il movimento operaio, la cui importanza continuava a crescere in proporzione allo sviluppo dell’industria; ma i dirigenti socialisti o sindacali erano convinti che il rischio di una guerra dipendesse dalle rivalità tra i capitalisti e non avevano compreso – o l’avevano intuito soltanto molto debolmente – che la causa dei conflitti si trovava, molto probabilmente, altrove, nelle contrapposizioni nazionali. Le masse operaie non erano preparate a opporvisi, perché non erano affatto convinte di non possedere una patria come aveva dichiarato, un po’ troppo semplicisticamente, Karl Marx mezzo secolo prima: gli operai erano patrioti come il resto della popolazione. Se fosse scoppiato un conflitto, essi non avrebbero riconosciuto ciò che era stato loro predetto e si sarebbero schierati senza esitare a fianco della propria patria.

Era, quindi, ineluttabile l’incendio della santabarbara europea? Non è detto. A lungo andare, le nazioni avrebbero potuto trovare un equilibrio pacifico, come era già successo in passato: tuttavia, sarebbe bastato che uno di questi Stati ritenesse di avere ragioni legittime, ragioni indiscutibili per «doversi difendere», perché l’Europa prendesse fuoco, quasi per sbaglio, senza che fosse valutata l’entità del disastro. Fu questo il destino dell’Austria, verosimilmente perché non era uno Stato nazionale e sentiva minacciata la propria sopravvivenza come Stato storico. Dalla scintilla avrebbe potuto scaturire soltanto un fuocherello, ma l’incendio divampò in tutta Europa perché allora non vi era nessun politico saggio, intuitivo e dotato di sufficiente inventiva in grado di comprendere ciò che stava accadendo: ovvero che non si trattava più soltanto di trovare una soluzione a un problema tra vicini. La dimostrazione clamorosa di questa mancanza di comprensione è data dalla convinzione, diffusa all’epoca, che il conflitto sarebbe stato sì terribile, ma di assai breve durata. Avrebbe anche potuto essere così, eppure la guerra fu lunga, proprio perché non era più un conflitto dinastico, ma un conflitto di popoli.

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