Vladimir_Bukovskij1-300x177tratto da: www.storialibera.it

Tre personaggi di spessore e di coraggio, Vladimir Bukovskij, Vasil Bykov, Viktor Suvorov, si sono battuti contro il regime sovietico e ne hanno pagato le conseguenze in privazioni, anni di gulag, ricoveri in cliniche psichiatriche, come era di norma per sani di mente dissenzienti. Ora, nel 2001 a dieci anni dall’ammaina bandiera ufficiale dell’Urss, si chiedono: esiste ancora una mentalità comunista? Chi ha conquistato il potere in Russia? I tre ne hanno scritto singolarmente e parlato insieme. Il libro che uscirà nei prossimi giorni è una fluente, circostanziata conversazione («La mentalità comunista», Spirali edizioni).

«Per rispondere alla sua domanda, che cosa posso dirle?», si domanda Bukovskij, autore degli inesauribili «Gli archivi segreti di Mosca», uscito nel 1999. «Il comunismo non è stato battuto, coloro che hanno cooperato con esso non sono stati né condannati né eliminati, tutt’altro: oggi sono al potere. Sono certo che costoro non riusciranno a riportarci l’Unione sovietica e insieme la minaccia che essa ha rappresentato per il mondo intero ma non possiamo nemmeno dire di averla sconfitta. In Russia, dove il comunismo apparentemente non c’è, al potere ci stanno i comunisti».

«Con il passare del tempo, i comunisti sono stati costretti a mimetizzarsi, a indossare di volta in volta maschere diverse», scrive Bykov, il più noto ed importante autore della Bielorussia. Suo è il bellissimo romanzo «Caccia all’uomo», dramma dell’alienazione umana. «La prima cosa che fanno i comunisti è intervenire sulla terminologia. Cambiano le etichette. Non cambiano strategia, ma in base a considerazioni logistiche possono decidere di cambiare determinate procedure politiche. La cosa più importante, che non va assolutamente dimenticata, è che sono congenitamente incapaci di cambiare mentalità. In Bielorussia, la maggior parte dei politici al potere vengono dalla Lubianka, dalle file dello spionaggio militare sovietico, dell’Nkvd, insomma, dalla scuola di Mosca. Sono strutturalmente incapaci di realizzare qualcosa di diverso. E ne stanno dando prova sia in Russia sia in Bielorussia».

«L’organizzazione più terribile nella storia delle comunità umane ha un solo nome: Kgb, la polizia sovietica», scrive Suvorov, di cui l’anno scorso e stato pubblicato in Italia l’esplosivo studio sulla strategia militare di Stalin, principale fomentatore dell’ultima guerra mondiale. «Molti sostengono che non esiste più. Ma non dimentichiamo che nella sua lunga storia essa ha cambiate nome più di, una volta, è stata di volta in volta Ceka, Nkvd, poi Kgb, e ora si chiama Fsb. C’è chi ritiene che siamo di fronte a qualcosa di nuovo, a una nuova entità. No, si tratta dello stesso serpente che ha soltanto cambiato la pelle». Una così spietata condanna si fonda su circostanze non marginali. Il popolo della Cecenia, che si ribella a Mosca, è minacciato di sterminio, di genocidio. «Presto la Russia si vergognerà per quello che è stato fatto alla Cecenia», ha detto Bykov alla cerimonia tenutasi in suo onore in occasione del premio «Triumph», il più importante riconoscimento letterario della Russia postcomunista.

Ma oggi, nonostante tutto, nell’ex Unione sovietica esiste una qualche libertà di parola? «Fortunatamente, la Russia non ha perso tutte le conquiste della perestrojka. Questo può dare una certa speranza», argomenta lo scrittore bielorusso. «Ma l’essenza della democrazia russa è ancora radicalmente diversa dagli standard internazionali. Ecco perché non credo in cambiamenti positivi per il prossimo futuro». Del resto, nei fatti, la Repubblica bielorussa, ex Russia bianca, con circa undici milioni di abitanti e discrete riserve di gas naturale e di petrolio, non è un modello di liberalismo. Nel 1994, l’ex Commissario politico dell’Armata rossa Alexandr Lukashenko riuscì a farsi eleggere presidente con la strepitosa e sospetta maggioranza dell’82 per cento. Prometteva riforme e sviluppo, lotta alla corruzione. Appena eletto bloccò le riforme e impose un regime dittatoriale vecchio stile. Nel 1996, riuscì a mettere in atto un esplicito colpo di stato. Nel 1999, Eltsin firmò con lui un trattato di unione con la confederazione russa, ratificando, anzi lodando, il fatto compiuto. Ora Lukashenko ha una nuova Costituzione che gli assicura formalmente il potere assoluto. Non è Stalin, ma gli assomiglia e lo venera come un avo assimilabile.

gulagL’uso della psichiatria come mezzo capillare di Stato di dissuasione e di coercizione non sembra del tutto tramontato. Una benevola condiscendenza, se non il consenso pieno, fu lo scopo che il regime comunista volle imporre a tutti i costi: un trauma profondo nella psiche e nella coscienza della gente. Bukovskij la chiama “inettitudine acquisita”, una rinunzia indotta all’azione, una distruzione dell’etica, un accettazione dell’esistente senza speranza di “uscire dalla gabbia”. Non aspettatevi perciò dalla Russia d’oggi “un’esplosione di iniziative” costruttive, positive, salvifiche. La tempesta del passato ha provocato guasti duraturi. «Il cammino verso la normalità diventa a questo punto estremamente doloroso e lungo e potrà durare per alcune generazioni», sostiene lo stesso Bukovskij con l’autorità della sua lunga milizia anti-regime iniziata dagli anni ‘60 e vissuta anche attraverso le sbarre del famigerato Istituto Serbskij, manicomio criminale per Oppositori.

«La situazione del mio paese è paradossale», egli dice. «E’ una grande potenza che produce in quantità enormi petrolio, gas naturale, diamanti, energia elettrica, alluminio, legname. Ma non ha di che sfamare a sufficienza i suoi cittadini. Si tratta davvero di uno stato criminale. Ora il pericolo è la mafia russa. Questo pericolo è di gran lunga peggiore di quello rappresentato in passato dai missili a testata nucleare. Il dilagare di denaro sporco in quantità gigantesche può diventare estremamente pericoloso». Un duro pessimismo dei fatti emerge da questo libro a tre voci non fredde e distaccate, ma esperte e posate. «Clinton, Blair e Chirac forse sono disposti a credere nella democrazia russa, ma noi non ci crediamo», ci dicono con preoccupazione sincera. Sarebbe superficiale non tenerne conto.

Torna “Arcipelago Gulag”

Una vera e propria storia, geografia ed etnologia dell’universo concentrazionario sovietico e della natura totalitaria del comunismo. È questo Arcipelago Gulag, il romanzo-documentario sulle deportazioni e i campi di reclusione dell’epoca staliniana che Alexander Solzenicyn consegnò all’Occidente alla metà degli anni ‘70. Oggi, a 26 anni dall’uscita in Italia, Mondadori lo ripropone nei Meridiani (2 voll., pagg. 2.512, 120 mila lire), a cura della slavista Maurizia Caluso. La nuova traduzione italiana, con un saggio di Barbara Spinelli, è l’unica in Europa a offrire il testo completo con le aggiunte inedite apportate dall’autore nel 1980.

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