Articolo di Paolo Franceschetti

Interrogativi.

E’ da tempo che mi interrogo sui Serial killer e sto mettendo insieme alcuni tasselli. Li cito in ordine sparso.

Un esoterista che un giorno, durante una conversazione, mi dice: “la Rosa Rossa in America è più potente che da noi… loro hanno i serial Killer, che da noi sono solo all’inizio…”.
Gli studi sul controllo mentale, come quelli sull’MK ULTRA, ma anche altri.
Fabio Piselli che in una mail mi dice che per indurre una persona media ad uccidere, occorre solo “qualche mese”.

Le tecniche di manipolazione mentale applicate sui militari, per fargli perdere la memoria; tecnica per la quale basta un semplice amalgama in un dente con cui si impianta un minuscolo microchip.
La mail anonima che mi fa notare che nei paesi in cui la massoneria non esisteva, non esistevano omicidi in famiglia, e l’omicidio seriale così come lo conosciamo noi è un fenomeno spesso sconosciuto.

Poi c’è un libro recente, di Donato Carrisi, Il suggeritore.
E’ un romanzo. Ma si dice chiaramente che quanto raccontato nel libro è la realtà.    E questo romanzo parla di “controllo mentale” con cui si realizzano degli omicidi.

Sono andato quindi a vedermi alcune notizie sui Serial Killer in Italia e in America. Colpiscono i segni di ritualità che troviamo sparsi nelle varie vicende.
Ad esempio di Jeffrey Dhamer, il cosiddetto mostro di Milwakee, mi colpisce il nome… Dhamer, o Dhamantur, era la città dove Christian Rosenkreutz, il mitico fondatore dei Rosacroce, effettuò la maggior parte dei suoi studi; Jeffrey fu ucciso in carcere da un tizio di nome “Christopher” (che significa portatore di Cristo); ovviamente in una data la cui somma teosofica fa 33.

Donato-Bilancia

Donato Bilancia

Mi soffermo a riflettere su Donato Bilancia.
17 omicidi.
13 ergastoli.

Curioso che il nome dell’omicida sia proprio il simbolo della undicesima carta dei tarocchi, la giustizia, quella con cui spesso la Rosa Rossa dà la morte.

Se Donato Bilancia è un “prodotto” della Rosa Rossa, difficilmente deve essere un affiliato, altrimenti non lo avrebbero arrestato e mandato al carcere di Opera, quindi la tecnica impiegata deve essere quella del controllo mentale.

Certo, la cosa pare assurda. Ma in fondo stiamo parlando di gente che non ha esitato a far crollare due torri con migliaia di persone per avere un pretesto per scatenare delle guerre e promulgare le leggi antiterrorismo che in realtà servono per controllare la popolazione.

Vediamo allora se è possibile trovare indizi di controllo mentale nella storia di Donato Bilancia. E leggiamoci il libro “17 omicidi per caso”, di Ilaria Cavo, sulla vicenda di Bilancia.

Ilaria Cavo è una giornalista che giudico molto scrupolosa. Ha lavorato per la trasmissione Porta a Porta e attualmente lavora a Mediaset (per Matrix e altre trasmissioni), ma io sono convinto che molte persone, pur lavorando in trasmissioni, o in giornali, o in posizioni politiche, che presuppongono l’appartenenza al sistema, ne siano fuori dal punto di vista formale, cioè non sono a conoscenza dei reali meccanismi del potere.

In genere queste persone si riconoscono per lo scrupolo e la minuziosità con cui fanno il loro lavoro per cui alla fine confezionano un lavoro che, se anche non è del tutto aderente a quelle che sono le posizioni di noi “complottisti”, ci forniscono però del materiale di studio eccellente.
Una di queste giornaliste credo sia, appunto, Ilaria Cavo.
Il libro è preciso, meticoloso nella ricostruzione. Non a caso Ilaria Cavo si è meritata la fiducia di Bilancia.

17 omicidi per caso.
Leggendo la storia di Bilancia mi colpiscono due cose.
Le incongruenze di alcuni omicidi, ove la versione processuale – di un assassino isolato – non quadra con la logica.
E poi le sue dichiarazioni.

Iniziamo da queste ultime.
“Io ho ucciso delle persone senza sapere perché. Di certo non ho provato piacere anche se ho seguito un istinto. Non so cosa è scattato nelle mia mente (pag. 107).
“Qualcosa nella mia testa deve essere andato per il verso sbagliato.
Devono dirmi che cosa.    Ho bisogno di saperlo, perché ancora non dormo la notte se penso a quello che ho fatto”.
“Penso soprattutto a quelle due donne che ho ucciso sui treni.
Davvero sa?   Tutte e due le volte ero in casa, mi ero seduto sul divano per rilassarmi un attimo, e avevo cominciato e pensare: oggi devo uccidere una donna.     Non so cosa mi ha spinto a entrare in quella toilette.   Non può neanche immaginare il rimorso che provo quando ripenso al corpo di quella donna che ha lasciato una bimba piccola.
Come ho fatto a ridurla così?    Sono lacerato dal rimorso.    Mi sveglio sudato, mi sento soffocare”.

“Devono dirmi come posso superare tutto questo e come ho potuto fare quello che ho fatto.
Prenda Centenaro ad es.   Quell’essere l’ho fatto morire in modo tremendo come una vera tortura.   Gli ho fatto fare una fine tragica”.

La prima vittima “l’ho seguita con l’intenzione di ucciderla, ma non so dove ho trovato la forza e il coraggio.
E non so cosa sia successo da quel momento in poi, nella mia mente”.

E poi a Bilancia non tornano i conti.    Si noti bene: Bilancia non dice che era incapace di intendere e di volere al momento in cui ha commesso i fatti, per ottenere l’infermità mentale.
In realtà sta dicendo che non gli tornano i conti e vuole capire.
Più avanti spiega ancora meglio cosa e perché non gli torna:

“Nella mia vita ce ne saranno state di persone che mi hanno fatto un torto.   Ne ho incontrate tante.   Ebbene.   Io vorrei capire perché queste persone non le ho uccise.   Non ho pensato di ammazzarne neanche una e invece, di punto in bianco, ho ucciso Centenaro”.
“Evidentemente non ragionavo”.

“E poi c’è un altro mistero che devo sciogliere: devo proprio capire perché sono andato con un Viado.
Io che sono sempre stato eterosessuale, a un certo punto vado a cercarmi un trans e neppure a Genova, ma a Novi Ligure.   Vogliono dirmi che a Genova non potevo incontrare un viado che mi andasse genio?”
“E se ero a caccia di bersagli facili, come dicono, perché mai sarei andato a cercare un cambiavalute a Ventimiglia, vicino alla questura?”.
“Io sono certo che le cose che si sono svolte in quel modo non rappresentano una linea logica.
Non c’è logica in quello che ho commesso”.

Sono anche altre le domande e le dichiarazioni che meriterebbero un maggiore approfondimento.
Bilancia si domanda ad esempio come mai non abbia portato con sé le pistole dei due metronotte che ha ucciso; una circostanza illogica, secondo lui.   Lui che era un tiratore avrebbe dovuto portarsele via.
E si domanda come mai quando lui ha dichiarato di non essere stato da solo a sparare, la notizia è stata subito data dalla stampa, mettendo così in allarme i complici. “L’allarme è stato dato, ed è gravissimo per le conseguenze che porterà in futuro”, dichiara, facendo intendere che attorno a lui c’è una rete di altre persone.

“Quando io parlo dei delitti, come sto facendo ora, ricordo perfettamente tutto.    Ogni momento è stampato nella mia mente.  Mi sembra che a commetterli sia stata un’altra persona”.

Jeffrey Dahmer

FILE PHOTO OF JEFFREY DAHMER AT EARLY COURT APPEARANCE

Jeffrey Dahmer

Molto interessante è anche la sua dichiarazione relativa alla confessione.
Dice Bilancia: “Non ero più io, perché, se fossi stato davvero lucido, non avrei mica confessato” (pag. 140).

Qualcuno ha detto che le dichiarazioni di Bilancia servivano a far credere a tutti che fosse incapace di intendere e di volere.    Ma ciò è palesemente falso, perché è lo stesso Bilancia a fare una dichiarazione che aggrava, anziché alleggerire, la sua posizione:

“Penso che se dovessi uscire rifarei quello che ho fatto. Non so come, non so perché, ma penso che lo rifarei”.

Basta questa dichiarazione ad escludere che l’intervista rilasciata ad Ilaria Cavo sia volta a darsi un’attenuante processuale, o a cambiare l’opinione dei giudici.

Come abbiamo detto, però, ci sono tante altre cose da chiarire anche dal punto di vista dei fatti.
Dal momento che Bilancia ha confessato, questo ha esonerato gli inquirenti dal fare indagini più approfondite. Ma in realtà seri dubbi sulle vicende son state sollevate anche dai legali delle vittime (che, in teoria, non avrebbero alcun interesse a dimostrare l’erroneità della tesi dell’accusa).

Dice ancora Bilancia a questo proposito:
“La verità la so soltanto io ed emergerà quando lo vorrò”.
……
“A nessuno è interessato più di tanto sapere, ad esempio se avessi avuto dei complici, chi mi ha dato l’arma e altro ancora”.
……
“La verità è che non sono sempre stato io ad uccidere” (pag. 144).
……
“Ho l’impressione che nessuno voglia sentire la verità, che si voglia tenere tutto soffocato”.

Vale la pena a questo punto di riportare le conclusioni degli esperti che hanno dovuto fare la perizia psichiatrica su Bilancia: “Forse deludendo le aspettative dei giudici, dobbiamo alla fine della nostra indagine dichiarare che non siamo in grado di rispondere all’interrogativo sul perché egli ha ucciso.    Siamo certi solo di un fatto: che nella criminogenesi degli omicidi non è intervenuta alcuna infermità di mente”.

Conclusioni.
Molte delle domande irrisolte che si pone non solo Bilancia, ma anche l’autrice del libro e i periti, possono essere risolte se si pensa ad omicidi commessi sotto controllo mentale.
Ecco spiegato l’impulso irresistibile, nonostante Bilancia non abbia mai sentito prima l’impulso di uccidere.
Ecco spiegato perché sul luogo del delitto lui talvolta non è solo, come pare risulti dalla dinamica ricostruita dagli inquirenti; perché quando vengono realizzati questi omicidi deve comunque esserci qualcun altro (probabilmente più persone) che controlli che tutto vada a buon fine.

Inquietanti per la loro somiglianza, sono le dichiazioni fatte da Jeffrey Dhamer al processo.

FILE PHOTO OF JEFFREY DAHMER'S FIRST COURT APPEARANCE«Vostro Onore, è finita. Non ho mai cercato di essere liberato. Francamente volevo la morte per me stesso. Voglio dire al mondo che non l’ho fatto per odio.    Non ho mai odiato nessuno.    Sapevo di essere malato, cattivo o entrambe le cose.    Adesso credo d’essere veramente malato. I   l dottore mi ha parlato della mia malattia e di quanto male ho causato.     Ho fatto del mio meglio per fare ammenda dopo il mio arresto, ma non importa, non posso eliminare così il terribile male che ho causato.
Vi ringrazio Vostro Onore, sono pronto per la vostra sentenza, che sono sicuro sarà il massimo.    
Non chiedo attenuanti, ma per piacere dite al mondo che mi dispiace per quello che ho fatto.»

Come Bilancia, Jeffrey Dhamer non chiede attenuanti. Capisce di aver fatto male ma non sa perchè.
E vede la morte come una liberazione, come dichiara anche Bilancia nel libro.
Forse, un giorno, si troverà una spiegazione a questi fatti.

O, meglio, forse un giorno la spiegazione verrà universalmente riconosciuta.
Perché la spiegazione, purtroppo, credo di intravederla.
Se questa è la realtà, supera di molto la fantasia. E come al solito, nessuno la racconterà mai per molto tempo, neanche in un romanzo, perchè essa è veramente al di là di ogni immaginazione e nessun romanziere o regista potrebbe figurarsela.

E – come mi disse la Carlizzi anni fa – se qualcuno la raccontasse in un romanzo, morirebbe prima che il libro esca.

 Fonte:

http://paolofranceschetti.blogspot.com/2010/04/17-omicidi-non-per-caso-i-misteri-di.html

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