Italia-colonia-003Commento all’articolo – di Marco Saccenti

L’indipendenza italiana è un articolo scritto da Nicola Zitara, inserito in Metamorfosi Aliene:  http://www.metamorfosialiene.com/xix-secolo/l-indipendenza-italiana

Introduzione

Nicola Zitara (1927 – 2010) è stato uno dei più importanti storici meridionalisti non convenzionali, come l’articolo dimostra; i risultati dei suoi studi liberano finalmente la genesi dell’unità d’Italia dall’ipocrisia e dalla falsità, che purtroppo continuano ad essere proposte dalla storiografia ufficiale, e mai come in questo periodo di celebrazioni (150 anni dall’unità), insopportabilmente ci assillano.

L’articolo parla di “indipendenza italiana”, ma a guardar bene la storia del Risorgimento, come Zitara ha fatto, il mito della liberazione dallo straniero, ha una valenza limitata alle sole Lombardia e Veneto, le quali effettivamente si trovavano sotto la dominazione dell’impero austro-ungarico; l’unificazione dell’Italia fu tutt’altro che un processo scaturito da una volontà popolare, l’impresa dei mille fu un brutale atto di colonialismo, messo in atto per volere di Inghilterra e Francia con l’intento di eliminare il Regno delle due Sicilie, e di assumere tramite casa Savoia, il controllo della penisola.

Colui che incarna più di ogni altro il mito risorgimentale, è senza dubbio Giuseppe Garibaldi;  Garibaldi però, sollevata l’aura mitica che lo avvolge, si scopre essere stato solo un pirata al soldo di sua maestà la regina Vittoria, così come prima di lui lo fu Francis Drake.

L’eroe dei due mondi è tale solo in Italia, in sud America è conosciuto per quello che era, un predone, un traditore, un mercenario. L’unità d’Italia fu una forzatura politica, fu un’imposizione mercantilistica per un più agevole  controllo del Mediterraneo da parte di Gran Bretagna e Francia.
Casa Savoia, le cui origini sono indiscutibilmente francesi, ha sempre orbitato nella sfera d’influenza di questa nazione, come Zitara ha ricordato relativamente alla lingua con cui fu redatto lo Statuto del 1848; I Savoia non erano italiani, e non lo divennero mai, furono i fiduciari di un potere politico-economico sovranazionale, delegati a gestire un’entità geografica.

La inesistente modernità del governo pontificio durante il risorgimento.

Tutto l’articolo è concettualmente condivisibile, ma un passaggio contiene un’inesattezza storica non di poco conto, un’analisi che non si può accettare e che stride con la realtà documentale; mi riferisco alla seguente affermazione:

“… Italiano erano il papa ed il papato. Che non fossero moderni è soltanto una favola. Le Romagne (1) erano governate con saggezza, tolleranza e modernità”.

In realtà sono molti i motivi che portano ad una diversa visione storica, rispetto a quanto affermato da Zitara, sul presunto buon governo del papa, in periodo risorgimentale, nei territori pontifici dell’Emilia-Romagna.

Ferrara_fortezza-004Ferrara, tra le città emiliano-romagnole che furono sotto il dominio del papato, ha una connotazione particolare, soprattutto per il suo passato in epoca medievale e rinascimentale; fu libero comune, poi sede di una delle più importanti signorie, gli Estensi, che ne ressero le sorti dalla metà del XIII secolo fino al 1598, quando il territorio tornò al papato, dopo che Alfonso II d’Este morì senza eredi.

Tra il XV ed il XVI secolo il ducato estense visse il periodo di maggior splendore culturale ed artistico.
Che Ferrara fosse una città con una profonda vocazione moderna, è testimoniato dagli statuti cittadini di epoca comunale, scolpiti alla base della parete sud dell’attuale cattedrale, e dai vari piani regolatori del XV secolo (Addizione di Borso d’Este – 1452 -, addizione di Ercole I d’Este – 1492 -) che ne fecero la prima città moderna in Europa, come fu definita, in seguito, da vari storici ed urbanisti nord europei (Burckhardt, ecc.).

Gli Estensi lasciarono la città (1598) per trasferirsi a Modena (territorio estense per concessione Imperiale), e Ferrara fino al 1859, fu governata da legati pontifici.
Il primo atto del governo del papa, una volta ritornato in possesso della città, fu la costruzione della fortezza, una cittadella militare destinata ad ospitare una guarnigione stabile dell’esercito; per la costruzione della fortezza pentagonale, si distrusse una delle più imponenti e magnifiche “delizie estensi” ( così i duchi chiamavano le loro dimore sparse per la città ed il territorio ), quella del Belvedere, che sorgeva sull’omonima isola lungo il corso del Po di Volano.

Statua-PaoloV-002I 250 anni di dominio pontificio, sono ricordati dai ferraresi come il periodo più buio e triste oltre a quello più duro, della propria storia; le campagne e la città si spopolarono, le manifatture, i commerci e l’agricoltura furono lasciati a se stessi, le terre bonificate con duro lavoro nei secoli precedenti, furono di nuovo invase dall’acqua, gli argini dei fiumi Po e Reno non furono consolidati e manutentati, il che portò a cicliche e catastrofiche alluvioni in tutto il territorio.

Come se non bastasse, i legati pontifici, compirono un sistematico e imponente trafugamento delle opere d’arte rimaste in città dopo la partenza degli Estensi; opere d’arte che andarono ad arricchire le collezioni private delle famiglie romane più importanti, molte delle quali ora sono ad abbellire le sale dei più famosi musei di tutto il mondo.
Le popolazioni rimaste sul territorio, furono spesso colpite da tremende carestie, ed in alcuni casi a fronte di proteste e di moti di ribellione spontanei, il papato non trovò di meglio che sedare questi moti con brutali eccidi.

Le popolazioni del ferrarese, talmente esasperate dall’iniquo e tirannico governo pontificio, aprirono le braccia perfino a Napoleone Bonaparte, che nei pochi anni in cui rimase a Ferrara, saccheggiò la città ed il territorio peggio di quanto non avessero fatto i legati pontifici; si interessò comunque alla stabilità idrogeologica del territorio, facendo costruire un canale, che porta il suo nome (cavo napoleonico), che unisce i fiumi Po e Reno, per regolarne le piene, tuttora in esercizio.

Nel 1814 dopo la sconfitta di Napoleone, la città pur rimanendo territorio pontificio, fu occupata dalle truppe austriache, che la riconsegnarono al papa solo nel 1831, alla fine del quel processo di Restaurazione che coinvolse tutti gli stati europei; ma la situazione per le popolazioni non cambiò affatto; nonostante si fosse in piena rivoluzione industriale, in un crocevia nodale quale era il corso del fiume Po, che poneva la città nelle condizioni di riprendere vigore economico, il governo pontificio continuò nella sua politica conservatrice, lasciando le campagne al latifondo, e la città all’abbandono.

Nel 1848 all’epoca della prima guerra d’indipendenza, Ferrara fu occupata di nuovo dagli austriaci, dopo che papa Pio IX (Mastai Ferretti), aveva annunciato l’intenzione di attuare riforme sociali, sull’onda dei moti europei di quell’anno. La mossa austriaca aveva una doppia valenza: la prima, chiaramente politica, esercitare una pressione sul papa perché recedesse dalle proprie intenzioni. La seconda, indiscutibilmente militare, creare una zona cuscinetto a sud del fiume Po per evitare attacchi di sorpresa al fianco dell’esercito imperiale impegnato nella campagna contro il Piemonte.

Ferrara-castello-005Gli austriaci rimasero a Ferrara fino al 21 Giugno 1859, quando una sommossa popolare, a seguito dei fatti legati alla seconda guerra d’indipendenza, li allontanò definitivamente; venne poi la farsa del plebiscito per l’annessione al Regno d’Italia.

Era talmente profonda l’avversione dei cittadini di Ferrara nei confronti del papato, che una volta ritiratesi le truppe austriache, demolirono il simbolo del potere pontificio per eccellenza, la fortezza militare, della quale oggi rimangono in piedi solo due dei cinque bastioni originali.
Questo breve riassunto delle vicende storiche della città di Ferrara, prima e durante il governo pontificio che si protrasse dal 1598 al 1859, è indiscutibilmente una prova che il papato, almeno per quanto riguarda il territorio ferrarese, condusse da sempre una politica miope di emarginazione, e di abbandono; mai ci fu saggezza, tolleranza e modernità.

E questo, spiace affermarlo, testimonia quanto l’affermazione di Zitara sulla presunta lungimiranza politica del governo pontificio nelle Romagne, sia priva di fondamento o sia quanto meno parziale.
Trovo strano comunque, che uno storico competente e rigoroso quale era Zitara, abbia potuto affermare che un governo teocratico, potesse essere saggio, tollerante e moderno, quando in qualsiasi luogo del pianeta, da sempre, le memorie legate al potere teocratico, passano attraverso  il dispotismo, l’assolutismo, il fanatismo.

Note:

1-) Le provincie dell’attuale Emilia-Romagna, che negli anni precedenti l’unità d’Italia costituivano l’estremo nord dei territori pontifici, erano: Bologna, Ferrara, Ravenna, Forlì-Cesena, Rimini.

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