dispensarioAutore:  Luca Leonello Rimbotti

Per avere un’idea di quale potrebbe essere un tipo di cultura adatto per scrollarsi di dosso gli idoli dell’era globalista non occorre andare lontano.
Basta rimanere in Italia.
Basta ricominciare da Roma.
È da questa città, che in tanti si stanno sforzando di levantinizzare per farne una copia del Cairo o di Accra, è da questo groviglio incredibile di valori eterni che potrebbe facilmente ripartire un’idea di Kultur pienamente conservatrice e insieme pienamente rivoluzionaria.

Da qualche anno si sta assistendo, ad esempio, ad un ritorno in forze del neo-classicismo.
Si tratta di una di quelle energie nascoste, invisibili al grande pubblico nutrito dalla TV-spazzatura, che in tempi di rovina come l’attuale sono il motore occulto dei nostri residui di civiltà.
Neo-classicismo significa recupero dell’antico con forme moderne.
Significa che, al di sopra del caos deforme in cui sta finendo di marcire la società progressista, significati e parole di bronzo ancora risuonano, e si fanno sentire da chi ha conservato l’arte di udire i suoni finissimi.

Recentemente, ad esempio, a cura della Fondazione Canova di Possagno, è stato pubblicato per la prima volta in italiano l’importante libro Neoclassicismo e utopia del vecchio critico tedesco Rudolf Zeitler, risalente al 1954.
È un segnale. Piccolo, ma non poi così tanto.
Che si accompagna al rifiorire di studi sulla civiltà greco-romana.
Nell’introduzione, giustamente Giulia Casini ricorda che da qualche tempo – almeno da quando sta venendo meno la dittatura della critica marxisteggiante – nella cultura italiana si sta facendo largo una nuova idea della Romanità, di cui è stato sintomo rilevante la grande mostra del 2003, intitolata appunto alla “Maestà di Roma. Universale ed Eterna. Capitale delle Arti”.

Era un omaggio all’idea di Roma come se l’erano fatta gli intellettuali sette-ottocenteschi, quelli del Grand Tour, artisti, poeti, esteti romantici, appassionati del mondo classico, che poi travasarono questa linfa nella giovane Italia appena unita, quella liberale, certo, ma soprattutto nazionale, che provò a rialzarsi a potenza mondiale nel nome della grandezza passata.
I politici e gli intellettuali nazionalisti – da Crispi a Oriani a Corradini, fino a Ojetti e oltre – che tesserono la tela dell’identità italiana con l’antica trama della Romanità a cavallo di Otto e Novecento, non fecero che rilanciare un ideale nato alla fine del Settecento, in contrapposizione con Illuminismo e il cosmopolitismo.

Acquedotto-borgo-vodiceEssi rilavorarono l’idea di Roma di nuovo come un destino.

Un Canova, un Ingres, un Anton Koch, quegli artisti tedeschi come Anselm Feuerbach che nel secolo XIX vissero a Roma e che di Roma si nutrirono – vennero infatti chiamati i Deutsche Römer, i romani tedeschi – furono alla base del rilancio dell’Urbe come città che è stata a lungo in grado di vivere la dimensione della modernità senza corrompersi, ma al contrario arricchendosi con sempre nuove dosi di ispirazione attinta dal suo inesauribile passato.
Solo così si è potuto verificare quel miracolo di equilibrio che è stata la Roma di inizi Novecento, che alla mediocrità della politica e della classe dirigente oppose una rara capacità culturale di far rivivere la classicità nel bel mezzo della volgarità moderna.
Nel catalogo della mostra romana del 2003, infatti, si può leggere che «le scuole “moderne” di Parigi o di New York, capitali più recenti del mondo dell’arte, hanno deliberatamente giocato la partita nel senso della storia, ma non sono riuscite a suscitare né la poesia del mito né la grandezza della memoria; la loro attualità le ha private della dimensione del tempo, l’eternità».

Ecco dunque che, una volta tanto, si riconosce che il vero provincialismo, la vera emarginazione si manifestano nel cuore della modernità che corrode e impoverisce, e che invece il vero approccio alto al moderno è quello di chi affronta il futuro armato di ideali, di forme, di stili perenni.
Pensiamo solo alla grande pittura di Aristide Sartorio, alla grande poesia di D’Annunzio, che di quell’idea di Roma seppero segnare un’epoca.
Il neo-classicismo è quella cosa che sa ogni volta rinnovarsi senza tradire se stessa.
È in questo modo che la Romanità è penetrata a fondo nella cultura europea, dando vita, ad esempio, alle scuole straordinarie dei Preraffaeliti inglesi oppure dei Nazareni tedeschi, che erano impregnati di classicismo e che contribuirono come poche altre tendenze artistiche a ridare all’Europa una grande cultura e a ridisegnare l’idea di civiltà classica.
Il mito fascista di Roma, tra l’altro, ebbe qui le sue radici.

La pubblicazione del libro di Zeitler non è un’operazione erudita.
Può essere anzi un documento che il regime reazionario che manipola la cultura di massa in alto e in basso, quello che ha per decenni imposto l’arte astratta, informale, degradata, è prossimo al collasso per sgonfiamento interno.
Zeitler, ancorchè di madre ebraica e quindi esule dal Reich nel 1933, vissuto sempre in Svezia e lì affermatosi come grande critico d’arte, fu nondimeno un seguace di Wölfflin e della sua convinzione che l’arte è sempre il frutto dell’epoca e soprattutto dello stato d’animo di un popolo: Zeit und Volkstimmung.
Egli descrisse l’ideale di un Canova, di un Ingres, di un Thorwaldsen o di un Winckelmann, intesi a descrivere il sublime, la forma nobile, il tratto trasognato nella perfezione, come l’esito di un destino comunitario che si abbevera ai segni della tradizione.

Il neo-classicismo è stato dunque «coscienza della disparità tra la realtà del presente, opprimente e meschina, e quella di un passato aureo e felice».
Di qui l’espressione utopia. Come di un sogno che ci liberi dalla mediocrità.
Noi preferiamo senz’altro la parola mito.
La cultura neo-classica, infatti, non è una fredda e inerte utopia, ma un potente fuoco di attualizzazione del mito nella realtà della storia.

AutorimessaPer dire, Schiller, che agitò l’idea della grandezza classica, fu uno dei protagonisti della rinascita nazionale tedesca.
Ingres – si pensi solo al suo Giuramento degli Orazi – fu un ricreatore dei ritualismi della Roma repubblicana, che ebbero precise ricadute ideologiche nella nascita del nazionalismo europeo sotto la spinta delle conquiste napoleoniche.
Da noi, in Italia, lo stile neo-classico è passato dal Canova direttamente all’urbanistica e alla celebrazione monumentale dei simboli comunitari, che proprio a Roma hanno inciso tavole nuove con stili antichissimi.

Basta rammentare l’Altare della Patria – a lungo irriso dai modernisti che, anziché un nuovo altare di Pergamo, vi vedevano… una colossale macchina da scrivere – rivalutato da Bruno Tobia per la «suggestione impressionistica e stupefacente che sa esercitare».
Simbolo unitario ed enorme quinta scenica che racchiude la saga nazionale, il Vittoriano sopravvive alla profanazione del turismo di massa con la forza di un «colle di pietra», al centro di una «magica rappresentazione».
Nel 1911, il critico Pietro Misciattelli definiva il fregio per l’Altare della Patria «un sogno di bellezza virgiliano», che recava i simboli del popolo: l’incudine, l’ara, l’aratro, il carro da guerra.

Rudolf Zeitler scrisse che il neo-classicismo muove sentimenti utili alla «creazione di grandi simboli».
E per l’appunto di grandi simboli ha bisogno l’Europa morente per risvegliarsi.

Tratto da Linea del 4 aprile 2010.

Fonte:   http://www.centrostudilaruna.it/ritorno-alle-glorie-patrie.html

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