JapanFlagdi Bianca Ferrara, tratto da “Historia” giugno 1959

Ogniqualvolta si parla del Giappone, ricorre la parola “Samurai” ma in Occidente se ne conosce poco e male il valore, questa è la storia degli uomini cui la definizione spetta di diritto. Il sistema feudale giapponese, che è durato fino alla metà del secolo scorso, poggiava sulla fedeltà assoluta dei Samurai al loro signore, sul “culto della lealtà ” (Bushido) e sul disprezzo della morte.

La stessa parola Samurai ci rivela lo spirito che animava gran parte della società di quei tempi e che ha continuato a permeare l’animo dei contemporanei. Vi sono, di essa, due versioni etimologiche: secondo alcuni significa “stare in guardia”; secondo altri “uomo che serve”. Da un lato, la diffidenza estrema verso il nemico; dall’altro l’obbedienza cieca al proprio capo.

I Samurai, come classe, si vennero formando al tempo dei Fujiwara quando questi Shogun o reggenti (in realtà veri usurpatori del potere imperiale), cominciarono a distribuire grandi superfici di terreno ai loro seguaci. Allora molti contadini, defraudati dei loro poderi e oberati dalle tasse, si procurarono clandestinamente le armi, disertarono le loro terre e diventarono “fuori legge” fin quando, girovagando di qua e di là, passarono al servizio di questo o di quel signore feudale, cui restarono devoti per il resto della vita.

Gli uomini più robusti e più avventurosi vivano reclutati; i timidi ed i deboli eliminati. Da questa selezione si andò formando una vera e propria razza rude, maschia, dotata di una resistenza e di una forza che un giorno lontano ed inimmaginabile avrebbe dato anche nell’ambito internazionale prove sorprendenti. Il lealismo dei Samurai fu la fortuna del regime shogunale; l’arte, la storia, la letteratura giapponese sono intessute di scene, di episodi e di poemi che traggono ispirazione e trama da questo cieco senso del dovere e dalla devozione incondizionata del servo al padrone.

Quando il capo di un clan desiderava che un suo rivale fosse eliminato, dava ai propri partigiani ordini del genere di quello che Salomé invocò da Erode e poteva avvenire, dopo poco tempo, che la testa del nemico gli fosse portata davanti come un doveroso trofeo. Nel XVI secolo, il precettore di un giovanetto, quindicenne, che doveva poi diventare il grande Oda Nobunaga, visto che i suoi insegnamenti non avevano presa alcuna sul giovane signore, eccessivamente dedito alla vita molle e contemplativa, intuì che sarebbero stati efficaci solo se lasciati come le proprie ultime volontà; scrisse un testamento con tutti i consigli e le esortazioni, che il discepolo avrebbe dovuto seguire, e poi si tolse la vita.

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L’espediente portò prematuramente alla tomba il fedele servitore, Hirade Kiyoide, ma ebbe un tale effetto sul giovane, assalito dal pentimento e dalla volontà di riabilitazione, che il suo destino di guerriero e di uomo politico fu segnato. La spada divenne, per i Samurai, il simbolo del potere e del coraggio. Non usare la spada, ma essere la spada stessa; pura, serena, immobile, fu il loro ideale. Quando i tempi erano calamitosi e venivan turbati da guerre intestine, allora i Samurai divenivano eroi di mestiere; ma quando sopravvenivano periodi di pace, che a volte si prolungarono per secoli, per esempio dal 1603 al 1868, allora i Samurai erano costretti ad una forzata inerzia e la loro presenza era paventata dalla gente dabbene.

Non potendo più combattere, i Samurai inquisivano nelle faccende altrui e spiavano le azioni del prossimo sia per un ereditario vizio mentale, sia per trovar pretesti che giustificassero l’impiego della spada. I peggiori spendevano il tempo a bere, mangiare, fumare, frequentando alcune speciali case dalle persiane verdi; qualche volta si dedicavano a divagazioni estetiche, ma più spesso commettevano colpi di mano. E poiché erano piuttosto numerosi (in certi tempi raggiunsero il numero di ottantamila) erano considerati dalla popolazione come un pericolo pubblico. L’orgasmo provocato dalle loro minacce non cessava neppure quando le pacifiche famiglie si raccoglievano nelle loro stanze di riposo. Ai bambini si insegnava a non stare seduti tra una stuoia e l’altra del pavimento perché attraverso le fenditure di esso un Samurai vendicativo, strisciando nell’intercapedine del sottosuolo, avrebbe potuto far passare la lama della spada e ucciderli.

Il termine Samurai, tuttavia, non si applicava soltanto ai partigiani di bassa estrazione, ma, erano Samurai anche funzionari di classe elevata, ufficiali, dignitari. Tutti erano esenti dalle tasse ed avevano assicurata dal governo una pensione in natura valutata con misure di riso. Era logico che i Samurai non potessero scomparire quando veniva a cessare lo stato di guerra, anche perché, dopo secoli di lotte continue, sembrava impossibile che la pace potesse essere qualcosa di diverso da una noiosa parentesi. In questi tempi eccezionali, essi si dedicavano alle arti, agli esercizi marziali, agli insegnamenti cavallereschi, applicando formalità protocollari di una raffinatezza incredibile. Essi passavano dalle imprese marziali alla cerimonia del tè, ai certami poetici, all’arte decorativa dei fiori, praticando regole così fisse e complicate che chi non vi si era applicato con lunghi studi finiva per apparire alla società di allora come uno zotico indegno di qualsiasi considerazione.

katana01Quei Samurai che si trovavano ingolfati, nei debiti, oppure quelli che avevano commesso qualche efferata uccisione senza averne avuto mandato, e non sapevano come giustificarsi di fronte al loro pacifico signore, abbandonavano i castelli e si davano alla macchia. Venivano allora chiamati “uomini onda” o ronin, perché fluttuavano in un’instabilità ossessionante e continua. Al tempo degli shogun Ashikaga (1336 1573), che fu un periodo di sommosse, di guerre guerreggiate, di pestilenze e di soprusi, si diffuse fra gli uomini validi l’abitudine di portare due sciabole: una lunga e una corta; la katana e la wakizashi. La prima per colpire il nemico; la seconda per togliersi la vita piuttosto che cadere prigioniero. L’usanza del seppuku (quella forma di suicidio che con termine volgare viene chiamato harakiri) nacque così, e nell’elevatissimo spirito militare delle epoche successive ebbe una gran parte questa concezione atavica che gli uomini d’arme ritenevano facesse parte del loro dovere.

Nitobé nel suo Bushido, che è il codice d’onore del Giappone, parlando del seppuku lo giustifica e lo esalta perché anche gli Elleni credevano che l’anima abitasse nelle visceri. Del resto gli innamorati cinesi quando sono lontani l’uno dall’altro si giurano fedeltà affermando, nelle corrispondenze intime, “i nostri mesti intestini sono legati con cento nodi”, e quando finisce un bel sogno d’amore invece di dire che l’incantesimo è svanito, dicono “i nostri intestini si sono rotti “. La celebre storia dei quarantasette ronin, che si diedero tutti morte spontanea assurgendo per i Giapponesi alla gloria di un mito, contribuisce a spiegare questa psicologia, con l’assenza totale di paura di fronte alla morte e con la volontà del sacrificio estremo per la salvezza del proprio signore.

47RoninFino al 1945 toccare una spada senza prendere riguardose precauzioni affinché il fiato non contaminasse la lucentezza e la purezza della lama era scorrettezza deplorevole. Quando i Giapponesi vogliono dire che un uomo ha la coscienza poco pulita dicono che l’ha “arrugginita” tanto è istintivo e tradizionale il riferimento all’arma bianca. Nei musei le sciabole erano deposte su drappi bianchi in segno di assoluto rispetto. Le formalità alle quali si attenevano gli armaioli delle varie città impedivano lo svilimento e la volgarizzazione delle armi, alle quali si attribuiva spesso un potere quasi divino. Vi erano scuole e tendenze nettamente contrastanti le une con le altre. Alcuni erano sostenitori di un determinato tipo di spada, altri propendevano per le lame di un’altra fucina, ed il valore di affezione subiva sbalzi incalcolabili.

Qualche famiglia artigiana, come quella di Muramasa che fiorì alla fine del XV secolo, forgiava lame insuperabili, e che portavano fortuna. Per i Samurai era una questione d’onore anche il riconoscere di quale scuola o fucina fosse una spada. Alcune lame storiche fecero fiorire una vera e proprio letteratura: così la famosa Ikarikiri, la spada con cui un Samurai tagliò la catena dell’ancora per salpare più presto alla conquista della Corea, o come la Murakamo (cioè “addensa nubi”), la più famosa arma di tutta la storia mitica del Giappone, con la quale il grande condottiero Yamato Daké combatté contro gli Ainu rigettandoli a poco a poco verso il Nord nelle gelate lande dell’Hokkaido. Durante quei lontanissimi combattimenti gli Ainu, lenti come plantigradi siberiani, vistisi perduti, cercavano di contenere l’avanzata dei piccoli uomini gialli venuti dal Sud appiccando il fuoco alle praterie e ai canneti ma la spada murakamo, senza perdere nulla della propria nobiltà, divenne kusanagi o “falciatrice d’erba” dato che la falciatura dell’erba era la migliore misura preventiva per evitare il propagarsi del fuoco.

SamuraiUn’altra spada leggendaria, tragica ed amena, fu quella di Mitsunaka Minamoto che effettuava ad un tempo l’esecuzione capitale e la preparazione estetica alla morte: decapitò un prigioniero, ma, con lo stesso colpo, gli rase la barba. Alcuni nomi dei più famosi artigiani, come Munechika, Yosjhimitsu e Masamunè, erano ancora, durante l’ultima guerra, sulle labbra dei ragazzi quando giocavano per la strada. La loro era un’arte sacra. Per la forgia del metallo si aspettavano certe fasi della luna; alcuni armaioli andavano perfino in Corea perché laggiù l’acqua di un fiume era ritenuta più efficace per ottenere una buona tempera. L’artigiano lavorava in paramenti sacerdotali, e, mentre stava temprando le lame di buona qualità, praticava i riti della purificazione astenendosi da determinati cibi per giorni e giorni, fino a quando non avesse finito la sua opera.

Nessuno, neppure i familiari, doveva entrare nella fucina né rivolgergli la parola. Il modo per ottenere una buona tempera era tenuto segretissimo. Si ricorda a questo proposito un episodio leggendario: quello di un giovane apprendista, malefico e infedele, che si era messo in mente di carpire al padrone il segreto della insuperabile tempera delle sue spade. Tenuto sempre fuori dal laboratorio durante il bagno dei metalli, il garzone, dopo aver spiato lungamente dalle fessure della parete il suo diffidente maestro, irruppe nel locale al momento dell’operazione ed immerse la mano nella vasca. Seppe così quanto voleva sapere, ma quando rialzò la mano, essa era scheletrita. Mitsunaké, armaiolo di Kyoto, si ritirava a pregare nel tempio di Enryakuji per un certo numero di giorni.

WarriorCercava cioè di nobilitarsi, concentrandosi e traendo ispirazione, e solo così poteva pensare di forgiare spade non solo eccellenti, ma dì una nobiltà che confinava con il sacro. Mentre nel X secolo le spade erano ancora usate raramente, nell’XI e nel XII perfino i monaci di Nara e di Hiyeisan si armarono e divennero militanti, creando una confusione tra guerra e religione da cui derivò, o quanto meno trovò più giustificata ragione, l’attribuzione di un carattere sacro alla spada.

L’abitudine di adottare motivi religiosi nella decorazione dei foderi nacque probabilmente da questa circostanza storica. Il Samurai più che un baldanzoso temerario era un volontario della morte, predestinato e convinto. Il disprezzo della vita non era una manifestazione subitanea e occasionale; ma una costante linea di condotta in pace e in guerra, alla quale essi si attenevano sempre.

Tratto da http://www.disinformazione.it/samurai.htm

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