Rommel_Caporetto006Di Marco Saccenti

“… L’indomani, senza respiro, si accendeva la battaglia. Una battaglia ininterrotta di 15 giorni, combattuta nelle condizioni esposte, sostenuta e vinta. Studiare nei suoi complessi elementi questo meraviglioso fenomeno, o di immunità collettiva, o di istantanea metamorfosi eroica, non è soltanto accettare storicamente un fattore essenziale della battaglia d’arresto. Può anche condurre a giustizia storica e non disprezzabili ammaestramenti ”.

Con un pizzico di retorica, inevitabile, nelle memorie di un alto ufficiale di un esercito vincitore, il generale Gaetano Giardino comandante della 4° Armata posta a presidio del monte Grappa alla fine della Prima Guerra Mondiale, così si espresse per spiegare come fosse stato possibile per il Regio Esercito, sconfitto ed umiliato a Caporetto il 24 Ottobre 1917, nel volgere di poche settimane trasformarsi in “una corazzata di granito”, contro la quale si infransero gli assalti delle truppe del generale Otto Von Below, vincitore di Caporetto e comandante della 14° Armata austro-tedesca.

La Battaglia d’arresto sul Piave combattuta tra Novembre e Dicembre 1917, è ancora sotto certi aspetti un rebus storico, soprattutto perché gli eventi che la precedettero, non lasciavano presupporre quello che poi in realtà avvenne.

La Grande Guerra

All’alba del 24 Maggio 1915, dal forte italiano di Monte Verena, fu sparato il primo colpo di cannone che diede di fatto il via alle ostilità tra il Regno d’Italia e l’Impero austro-ungarico. La guerra in Europa era cominciata 10 mesi prima, all’inizio di Agosto del 1914, quando a seguito dell’assassinio dell’Arciduca Francesco Ferdinando e della moglie Sofia, avvenuto a Sarajevo il 28 Giugno 1914, si innescarono una serie inarrestabile di dichiarazioni di guerra tra le Nazioni, che gettarono l’Europa nell’inferno della prima guerra mondiale. L’Arciduca Francesco Ferdinando era nipote dell’Imperatore Francesco Giuseppe ed erede al trono dell’Impero austro-ungarico.

L’Italia, nelle prime fasi del conflitto, rimase neutrale in virtù della clausola del trattato di alleanza con Germania e Austria-Ungheria (la “Triplice Alleanza”), che prevedeva un intervento militare a fianco degli alleati, solo in caso di aggressione ad uno dagli stati membri; e dato che fu l’Austria a dichiarare guerra alla Serbia, la neutralità dell’Italia, risultò indiscutibile. I 10 mesi di neutralità furono il preludio al cambio di alleanze; culminarono il 26 Aprile 1915 con la firma del Trattato di Londra, un accordo segreto tra Inghilterra, Francia, Russia ed Italia, nel quale, in caso di conclusione positiva del conflitto, si riconoscevano all’Italia le rivendicazioni sui territori del Trentino, del sud Tirolo, del Friuli, dell’Istria e della Dalmazia, del porto di Valona in Albania, delle isole del Dodeccaneso, della Libia e dell’Eritrea.

Per l’Italia, un vergognoso intreccio tra legittime aspirazioni sulla liberazione di territori sotto il dominio austriaco e ambizioni colonialiste; un accordo segreto che nessuno aveva intenzione di rispettare, e che penalizzò soprattutto l’Italia, quando il Presidente degli Stati Uniti, Thomas Woodrow Wilson, a guerra quasi finita, pubblicando i suoi famosi “quattordici punti”, sui rapporti tra le nazioni, mise al bando gli accordi segreti tra i belligeranti. Quando l’Italia entrò in guerra, era in assoluto la nazione meno preparata ad affrontare un evento bellico, tra l’altro, unica tra le nazioni in lotta, aveva da poco (1911-1912) sostenuto un’impresa coloniale per l’annessione al Regno delle regioni della Tripolitania e della Cirenaica (l’attuale Libia) che allora si trovavano sotto il dominio dell’Impero Ottomano, e che le era costato moltissimo in termini economici e militari. Gaetano Salvemini, durante un dibattito parlamentare, riguardo l’impresa in Libia, disse che:

“… sempre che ci fossimo riusciti, visti gli esiti fallimentari della campagna d’Africa Orientale del 1885-1896, saremmo andati in Cirenaica e Tripolitania, solo per conquistare uno scatolone di sabbia”.

L’esercito e la marina erano impreparati, la nazione non era una potenza industriale, la popolazione, costituita in maggioranza da contadini quasi analfabeti, non aspirava certo ad andare a morire sui campi di battaglia per liberare le cosiddette “terre irredente”, sempre che sapessero quali fossero e dove fossero. Le strategie militari, poi rasentavano l’assurdo, con l’aggravante storica, che vennero effettivamente applicate; vertevano sul famoso “Libretto rosso” dell’allora comandante in capo delle forze armate, generale Luigi Cadorna, il quale teorizzava strategie molto care alla maggioranza degli ufficiali del Comando Supremo, strategie che ipotizzavano quale meccanismo fondamentale per la vittoria durante un conflitto, l’assalto frontale ad ondate successive.

caporetto001Le famose “spallate”, così come le chiamava lo stesso Cadorna, o i “colpi di clava”, come invece preferiva il generale Capello, allora comandante della II Armata. I limiti di questa obsoleta strategia militare, che vedeva nell’imponenza numerica degli eserciti la carta vincente dei conflitti, erano già emersi durante la guerra civile americana (1861-1865), nel corso della quale la tecnologia aveva prodotto una rivoluzione negli armamenti. Le artiglierie, le mitragliatrici, i fucili a ripetizione, le corazzate divennero, a partire da quel conflitto, nuovi elementi di cui non si poteva non tenere conto; era quindi necessario adattare ed adeguare le strategie militari a queste mutate condizioni tecniche, aggiornando profondamente l’organizzazione stessa degli eserciti.   Cadorna durante la sua permanenza al Comando Supremo, ebbe comunque il pregio di portare il Regio Esercito, in un lasso relativamente breve di tempo, ad un buon livello di preparazione ed organizzazione. Non lo seppe però adeguare alle emergenti strategie, anche in virtù dell’oggettiva impossibilità di rompere consolidati equilibri imposti dai poteri occulti (Massoneria, ecc.).

Il generale Cadorna considerò l’esercito come uno strumento impersonale, una sorta di oggetto inanimato nelle mani “esperte” del Comando Supremo. In questa sua irreale visione non compariva mai il fattore umano, e priva di qualsivoglia aspetto psicologico a sostegno dei combattenti, questa strategia penalizzò la condotta di tutte le operazioni che si svolsero sotto il suo comando, perché fiaccò con il passare del tempo la tenuta morale del Regio Esercito. Tralasciare i fattori psicologici durante i conflitti, porta inevitabilmente alla sconfitta; per questo, a Caporetto il Regio Esercito fu ad un passo dalla sconfitta totale. L’assurdo teorico del Comando Supremo così diventava dogma, e le 11 battaglie dell’Isonzo, combattute tra il Luglio 1915 e l’Agosto 1917, portarono solo a due risultati: la conquista di Gorizia, nell’Agosto 1916 e la conquista dell’altipiano della Bainsizza, nell’Agosto dell’anno dopo; le restanti 9 battaglie, e la battaglia dell’Ortigara, furono un immenso, inutile, sacrilego spreco di vite umane.

Caporetto

Il 1917, per gli eserciti in lotta, fu l’anno della crisi, la “grande illusione” di una guerra rapida che sarebbe dovuta finire prima del Natale 1914, lasciò invece il posto alla disperazione per un conflitto che sembrava non avere fine, e alla rassegnazione per l’inevitabile destino che sembrava essere la meta finale. A seguito di questo generalizzato stato di prostrazione fisica e morale, episodi di ribellione più o meno consistenti caratterizzarono il 1917, e riguardarono praticamente tutti gli eserciti; per l’esercito dello Zar, fu il preludio alla rivoluzione bolscevica, mentre nell’esercito francese dopo Verdun circa 30.000 soldati si rifiutarono di andare all’assalto delle trincee tedesche, episodi meno consistenti riguardarono anche gli eserciti inglese, tedesco ed austro-ungarico.

Il Regio Esercito a seguito di episodi di ribellione, come ad esempio quello che vide protagonisti i fanti della Brigata Catanzaro (141° e 142° Reggimento di fanteria), il 17 Luglio 1917 presso S.Maria La Longa (Palmanova del Friuli), usò il pugno di ferro. La repressione di questi episodi, spesso caratterizzati da fucilazioni sommarie (decimazione), fu la più dura tra tutti gli eserciti in lotta. Durante i tre anni di guerra, furono condannati dai tribunali militari, oltre 170.000 soldati, di cui 100.000 per diserzione; le condanne a morte furono più di 4 mila, di cui circa 800 eseguite. Oltre 10.000 militari si procurarono ferite volontarie per non essere destinati alla prima linea.

Sulle spalle dei soldati italiani, ricadde tutto il peso di un conflitto, non voluto, non sentito, soprattutto militarmente mal gestito. Le palesi incapacità dei vertici militari del Regio Esercito nella conduzione del conflitto, furono così pesantemente pagate dai militari di truppa. Il 17 Agosto 1917, inizia l’11 Battaglia dell’Isonzo, gli obiettivi sono gli altipiani di Ternova e della Bainsizza, lo sforzo maggiore dovrà sostenerlo la II Armata del generale Capello, mentre la contigua III Armata del Duca d’Aosta, dovrà appoggiare l’azione principale.   Questa volta la superiorità numerica di uomini e mezzi, dà i suoi frutti, e permette al XXIV Corpo d’Armata del generale Caviglia ed al XXVII Corpo d’Armata del generale Vanzo di avanzare ed aprirsi la strada verso la Bainsizza e verso Tolmino. L’Imperial Regio Esercito Austro-ungarico, accusa il colpo, l’azione del XXIV Corpo del generale Caviglia, rischia di tagliare in due lo schieramento avversario; ciò costringe lo stato maggiore austriaco ad ordinare un ripiegamento, là dove la pressione italiana è maggiore.

caporetto003Il passo indietro delle armate austriache, coincide con il rallentamento dell’azione offensiva del Regio Esercito, dovuto fondamentalmente alla necessità di riordinare la logistica dei rifornimenti. Infatti l’inaspettata avanzata del XXIV Corpo d’Armata coglie di sorpresa lo stesso Comando Supremo italiano, che non si aspettava un risultato così eclatante: lo stesso Cadorna aveva concepito questa sua undicesima “spallata” come ad un’ulteriore azione di logoramento nei confronti del nemico. Così mentre le truppe italiane si riordinano per il proseguimento dell’offensiva, tutto lo schieramento austriaco dalla Bainsizza a Tolmino arretra, allontanandosi dall’azione diretta delle artiglierie italiane, e andando a chiudere la falla aperta dall’azione del XXIV Corpo d’Armata italiano, grazie anche al tempestivo trasferimento di alcune divisioni dal fronte degli Altipiani, ed al provvidenziale arrivo di altre dal fronte orientale dopo la resa dell’esercito zarista. Il 29 Agosto Cadorna e Capello decidono di rallentare le operazioni e di consolidare le posizioni.

Finisce così l’undicesima Battaglia, che ai due eserciti costa complessivamente 29.000 morti, 134.000 feriti e 65.000 dispersi. Gli alti comandi austriaci sono molto preoccupati del risultato dell’azione italiana che ha svelato il punto più debole del loro schieramento, e concordano che una ulteriore pressione non potrebbe essere contenuta, visto il concreto rischio di vedere le truppe italiane dilagare oltre la Bainsizza, il Vallone di Chiapovano, e le foreste di Ternova, il che avrebbe inevitabilmente aperto la strada verso la ferrovia Lubiana-Trieste; la sua interruzione avrebbe fatto arretrare tutto il fronte del Carso e resa possibile la conquista di Trieste e di Lubiana. L’Impero Asburgico decide di chiedere aiuto all’alleato tedesco, per anticipare una probabile nuova offensiva italiana, che infatti Cadorna sta meditando.

Lo Stato Maggiore prussiano invia il generale Krafft von Dellmensingen, il quale concorda con i colleghi austro-ungarici, che nella valle dell’Isonzo la situazione delle truppe asburgiche è insostenibile, si deve dunque o arretrare o avanzare. Ai primi di Settembre le alte gerarchie dei due eserciti decidono per l’offensiva, il giorno 8 Settembre 1917 prende il via l’operazione “Waffentren”. Viene creata la 14° armata austro-tedesca al comando della quale si insedia il generale tedesco Otto von Below che coordinerà insieme all’arciduca Eugenio l’attacco alle posizioni italiane, parteciperanno anche la 10° armata austro-ungarica del generale Alexander Krobatin, nonché la 1° e la 2° armata dell’Isonzo del generale Svetozar Boroevic von Bojna. Contemporaneamente sul fronte opposto, Cadorna rinuncia all’idea della 12° “spallata”, perché dopo la recente offensiva mancano riserve di mezzi e di uomini per sostenere una nuova battaglia. Il 18 Settembre comunica a Capello e al duca d’Aosta che :

”… Il continuo accrescersi delle forze avversarie sulla fronte giulia, fa ritenere possibile che il nemico si proponga di sferrare quivi prossimamente un serio attacco, tanto più violento quanto più ingenti forze esso potrà distogliere dalla fronte russa. Pertanto decido di rinunciare alle progettate operazioni offensive e di concentrare ogni attività nelle predisposizioni per la difesa ad oltranza, affinché il possibile attacco ci trovi validamente preparati a rintuzzarlo. A tale precisa direttiva prego pertanto di orientare fin d’ora ogni predisposizione, l’attività delle truppe, lo schieramento delle artiglierie ed il grado d’urgenza dei lavori”.

Comunica persino agli alleati francesi ed inglesi, con inaspettata lungimiranza, che la presumibile offensiva austro-ungarica sarebbe coadiuvata da truppe germaniche. Capello disattendendo le direttive del Comando Supremo, non fa arretrare il grosso delle truppe in posizioni più favorevoli alla difesa e lascia le artiglierie a ridosso delle prime linee: il XXVII Corpo d’Armata del generale Badoglio si trova addirittura ad avere tre delle quattro divisioni che lo compongono, sulla riva sinistra dell’Isonzo, quindi con il fiume alle spalle che sbarra la strada in caso di ripiegamento.    Numerosi disertori austriaci, comunicano che l’attacco alle linee italiane è previsto tra il 22 ed il 26 Ottobre, un ufficiale romeno consegna persino il piano delle operazioni. Si spostano così proprio alla vigilia dell’attacco intere divisioni, creando caos nelle retrovie ed indebolendo di conseguenza le difese.

Il 20 Ottobre Cadorna intima a Capello, di attenersi alle disposizioni del Comando Supremo e di organizzare l’azione difensiva. Il generale Montuori assume in quei giorni il comando ad interim della II Armata sostituendo Capello, ricoverato per motivi di salute. Nel Regio Esercito, quindi, nei giorni immediatamente precedenti l’offensiva austriaca, regna la confusione più assoluta.    Il Comando dell’Imperial Regio Esercito austro-ungarico, insieme agli alleati tedeschi, organizza l’offensiva in stile impeccabile, con una novità che avrà non poco peso sull’esito delle prime fasi dell’operazione: l’uso cioè di un gas non ancora sperimentato sul fronte italiano, e a cui le maschere in dotazione ai fanti italiani nulla possono; è l’acido cianidrico. I tiri a gas dell’artiglieria austriaca, scardinano le difese nella conca di Plezzo, sulla sinistra dello schieramento italiano.

Crollano anche le difese presidiate dal XXVII Corpo del generale Badoglio di fronte a Tolmino, in virtù dell’assurda dislocazione delle quattro divisioni che compongono il XXVII Corpo, tre sulla sinistra ( 22°, 64° e 65° ) ed una la 19° sulla destra, nonché dell’incomprensibile ordine dato direttamente da Badoglio al comandante dell’artiglieria del XXVVII Corpo, di non aprire il fuoco senza una precisa autorizzazione dello stesso Badoglio. Così 600 cannoni e 150 bombarde rimangono muti perché ai primi tiri dell’artiglieria austriaca saltano tutte le comunicazioni telefoniche, e l’ordine di aprire il fuoco non arriva. Alle ore 9.00 del 24 Ottobre, dopo 7 ore di fuoco distruttivo dell’artiglieria, le fanterie austro-tedesche scattano all’assalto. Sulla Bainsizza le tre divisioni del XXIV Corpo del generale Caviglia, fermano l’offensiva nemica, mentre per il mancato intervento dell’artiglieria, sul fronte di Tolmino gli austro-tedeschi dilagano e raggiungono Caporetto dopo solo tre ore di combattimenti.

caporetto002Questa è l’unica seria minaccia su tutto il fronte dell’offensiva, e se nessuno avesse fatto nulla, i tedeschi si sarebbero poi infilati ( Conca di Bergogna e Val Natisone ) in una zona fortemente presidiata, e lì si sarebbero fermati. Ma molti generali italiani perdono il controllo, ordinano ripiegamenti senza aver ricevuto ordini in proposito ( il generale Arrighi comandante della 50° divisione ed il generale Farisoglio comandante della 43° divisione, entrambi del IV Corpo d’armata ), e proprio là dove si poteva fermare la più consistente minaccia nemica, si aprono invece le porte per lo sfondamento delle difese italiane. Il collasso delle linee della II Armata a Tolmino e a Plezzo e la successiva infiltrazione di consistenti colonne austro-tedesche, mette in crisi tutto lo schieramento del Regio Esercito, la minaccia di un accerchiamento diventa concreta.

Si ordina la ritirata generale lungo la linea del Tagliamento, ma nemmeno sul quel fiume si riesce a fermare l’impeto delle truppe nemiche, anche perché, il caos nel Comando Supremo regna sovrano, e perché insieme ad un milione e duecentomila soldati, si stanno allontanando dalle zone occupate circa cinquecentomila civili. La confusione e la disorganizzazione sono alle stelle, nella fretta di rallentare l’avanzata austro-tedesca si fanno saltare ponti sul Livenza e sul Tagliamento, quando ancora consistenti nuclei di truppe con equipaggiamenti sono in procinto di attraversarli.   La distruzione dei ponti condanna le truppe italiane che si trovano ad Est del Livenza prima e del Tagliamento poi, alla prigionia. Cadorna a questo punto ordina la ritirata oltre il Piave, la linea di difesa lungo il fiume, che si allaccia a Nord-ovest con il monte grappa e l’altipiano dei sette comuni, era già stata notevolmente fortificata e presidiata su ordine dello stesso Cadorna, in previsione di uno sfondamento del fronte, che purtroppo, avvenne regolarmente.

La battaglia d’arresto sul Piave – Novembre, Dicembre 1917

L’inverno era in anticipo quell’anno, già ad Ottobre, abbondanti nevicate avevano imbiancato tutto l’arco alpino, e i giorni dell’offensiva austro-ungarica furono caratterizzati da piogge intensissime. La ritirata del Regio Esercito avvenne in condizioni ambientali ed organizzative inimmaginabili. Tra il 10 ed il 13 Novembre si conclude, tra il Cadore, il Monte Grappa ed il Piave la ritirata dell’intero esercito italiano; la lunghezza del fronte si riduce da 380 a 140 Km, si lasciano ad Est del Piave 300.000 prigionieri, 3000 pezzi d’artiglieria, 1800 bombarde, 300.000 fucili e 32 campi d’aviazione, nonché ingentissime quantità di materiali ed alimenti. Delle 64 divisioni che compongono il Regio Esercito prima del 24 Ottobre, ne restano operative solo 14, le altre 50 sono direttamente coinvolte dall’offensiva austro-tedesca. Ad Ovest del Piave oltre a migliaia di profughi ci sono anche 350.000 militari sbandati.

Gli alleati (Francia ed Inghilterra) inviano sul fronte italiano 800 pezzi d’artiglieria e 11 divisioni (6 francesi e 5 inglesi), che verranno impiegate in linea solo ai primi di Dicembre, e che saranno immediatamente dislocate in pianura padana tra le città di Brescia, Mantova, Verona e Vicenza, per contrastare un eventuale sfondamento austriaco della linea del Piave. In seguito alla caduta delle linee italiane e alla conseguente ritirata generale, Luigi Cadorna, viene sostituito al Comando Supremo dal generale Armando Diaz, ne hanno chiesto la destituzione soprattutto inglesi e francesi. Il 9 Novembre si insedia così il nuovo Comando Supremo, Diaz sarà coadiuvato dai generali Gaetano Giardino e Pietro Badoglio.

Sul fronte opposto, si cerca di cogliere quella che sembra l’occasione favorevole per mettere in ginocchio l’Italia e costringerla ad un armistizio; l’operazione “Waffentren”, finalizzata ad alleggerire la pressione italiana sull’altipiano della Bainsizza e a Tolmino, si trasforma in una gigantesca offensiva che coinvolge tutto il fronte. Vengono anche mobilitate le truppe del Gruppo Conrad (dal nome dell’ex comandante dell’imperial regio esercito austro-ungarico Franz Conrad von Hotzendorf che ne è a capo e che sono schierate tra le Giudicarie e l’altipiano dei sette comuni). Il nuovo obiettivo è il superamento del Piave e lo sfondamento delle linee italiane sull’altopiano di Asiago, manovra quest’ultima che dovrebbe consentire l’accerchiamento del Regio Esercito nella pianura veneta.

Ma l’offensiva austriaca sull’altopiano dei sette comuni, si infrange contro le posizioni italiane, che si snodano a Sud dell’altopiano, lungo la linea Monte Cengio, Melette ed i paesi di Gallio e Foza, per connettersi con il Grappa; proprio là, dove nel 1916 era stata fermata la “Strafexpedition”, la “spedizione punitiva” che il generale Conrad scatenò contro l’Italia traditrice. Ora a più riprese dal 13 Novembre al 26 Dicembre lo stesso Conrad, comanda per tre volte (13 – 17 Novembre, 22 – 24 Novembre, 23 – 26 Dicembre) l’assalto alle linee italiane. Aveva promesso ai suoi soldati che avrebbero trascorso il Natale a Bassano del Grappa, dopo aver conquistato la pianura veneta. Ma le posizioni italiane risulteranno imprendibili. Sul Piave viene fatto un tentativo di sfondamento il 15 Novembre, con esito negativo.

caporetto007Questa operazione insieme a quella di Conrad sull’altipiano di Asiago, doveva costituire la manovra di accerchiamento contro il presidio italiano del Monte Grappa, verso il quale si stava dirigendo il grosso delle truppe che costituivano la 14° Armata austro-tedesca. La battaglia sul Grappa si prolunga fino al 26 Novembre, per riprendere dall’11 al 18 Dicembre, ma le posizioni italiane non cedono. I soldati italiani sono irriconoscibili lo ammettono anche gli avversari, e sono passate solo poche settimane dalla rotta di Caporetto, dove molti di loro avevano gettato le armi, abbandonato le artiglierie, dove moltissimi per il caos si erano sbandati e altri avevano disertato, ma ora qui sul Grappa, sul Piave, sul Cengio, stavano combattendo e resistendo come mai si era visto prima.   Al momento del passaggio delle consegne tra Cadorna e Diaz, il Comando Supremo aveva diramato ai combattenti il laconico e generico ordine di “resistere”, e paradossalmente fu proprio durante la prolungata vacanza organizzativa degli alti comandi del Regio Esercito, quando cioè i comandanti di brigata, di reggimento e di battaglione poterono agire strategicamente nel migliore dei modi, in contatto tra di loro, ma soprattutto senza interferenze da parte dei burocrati militari, che gli avversari sperimentarono il vero valore dei soldati italiani.

Così dopo due mesi finì l’offensiva “Waffentren”, che aveva permesso all’esercito asburgico di penetrare per 120 Km nel territorio italiano, ed era arrivata ad un soffio dalla totale sconfitta del Regio Esercito. Caporetto segnò una svolta nell’animo dei soldati, molti capirono che per farla finire, quella maledetta guerra, era necessario vincerla! Difficile capire come sia potuto accadere, che un esercito vicino al collasso, abbia potuto trovare in sè la forza di reagire e ritornare ad essere un temibile strumento bellico, per di più a pochi giorni dalla più grande sconfitta militare della propria storia. Difficile capire perché il più maltrattato, ed umiliato tra i fanti che presero parte alla prima guerra mondiale, difese anche a costo della propria vita, l’onore di quell’esercito che lo aveva sempre e solo considerato come un elemento sacrificabile per il raggiungimento di un obiettivo militare.

Proprio così, è difficile capire!

Le analisi su questa tragica vicenda, o sono superficiali, o sono volutamente deviate, pochi sono gli storici che hanno cercato di analizzare a fondo l’inaspettato comportamento dei fanti italiani. Le ipotesi girano attorno a giustificazioni quali, vergogna, senso di colpa, rabbia, che hanno però una limitata valenza personale; è l’aspetto globale che sfugge ancora oggi alla comprensione. E’ ovvio quindi che si deve condurre la ricerca al di fuori dai consolidati schemi classici, su sentieri imperscrutabili che riguardano l’animo umano e la sua capacità di aggregazione oltre la sfera materiale in momenti drammatici. Sembra proprio che non approfondire questo importantissimo momento della prima guerra mondiale, costituisca per gli storici (soprattutto inglesi e francesi) una sorta di esorcismo rispetto all’intollerabile scardinamento della politica dell’impero britannico, che puntava alla fragilità del Regio Esercito, e ad una sua inevitabile sconfitta totale, per il prolungamento almeno fino al 1920 del conflitto, e che invece l’inaspettata resistenza sul Piave e un anno più tardi la battaglia di Vittorio Veneto, avevano involontariamente interrotto.

Furono le massonerie ebraiche britanniche, detentrici del potere economico mondiale la causa di quel primo immane conflitto, dal quale trassero immensi guadagni e potere politico, e all’Italia colonizzata fu riservata la più umiliante delle figure, il tradimento. Ma i soldati italiani, sul campo, dopo Caporetto, riscattarono questa condizione; che però risultava inaccettabile per l’Impero, perché non prevista. Una delle punizioni fu l’oblio della memoria storica della resistenza sul Piave e più tardi della battaglia di Vittorio Veneto, insieme alla derisione e alla denigrazione.

Conclusioni

Quella guerra in Italia pochi la volevano, erano contrari persino influenti uomini politici come Giovanni Giolitti. Nelle piazze manifestavano solo pochi fanatici guidati da Gabriele D’Annunzio; l’ipotesi di una guerra conquistò soprattutto i giovani della borghesia, alcuni dei quali, come Emilio Lussu, dopo tre anni e mezzo di carneficine si pentirono poi di avervi partecipato come volontari. Le forze armate, come già detto, oltre ad essere assolutamente impreparate, si erano appena svenate nella conquista della Cirenaica e della Tripolitania. Alla maggioranza degli italiani, da poco forzatamente riuniti in un unico Regno, l’eco delle battaglie dell’estate del 1914 nelle Fiandre sul fronte occidentale o sui Laghi Masuri nella Prussia, sul fronte orientale, giungevano smorzate, molto più preoccupati del vivere quotidiano che del riscatto di Trento e Trieste tanto care agli interventisti.

caporetto004C’erano tutte le condizioni perché l’Italia rimase neutrale come aveva giustamente scelto nei primi mesi di guerra, anche perché la Germania premeva sull’Austria, affinché ci concedesse il sud Tirolo e l’Istria, in cambio della neutralità. Ma esistevano soggetti interni ed esterni, molto influenti che volevano un’Italia belligerante: le grandi industrie per prime (FIAT, Ansaldo, Breda, ecc.) che vedevano nella guerra orizzonti di immensi guadagni, la monarchia poi, per rafforzare la propria egemonia, la Francia e la Gran Bretagna infine che controllavano di fatto l’economia e la politica italiana, attraverso le rispettive “massonerie” e che quindi “consigliavano vivamente” l’intervento.

Il Regno d’Italia non era una nazione libera; il processo risorgimentale, culminato con la brutale conquista militare del regno dei Borbone, fu voluto, guidato e finanziato dalle massonerie ebraiche delI’Impero Britannico, che di fatto relegarono l’Italia a propria “colonia”; e fu proprio questa condizione di colonia dell’Impero che la spinse criminalmente verso il conflitto. La prova eclatante che il regno sabaudo non godeva di “sovranità nazionale” lo possiamo individuare nell’adesione dell’Italia al patto militare difensivo, denominato “Triplice Allenza”, segretamente stipulato il 20 Maggio 1882, con Germania e Austria-Ungheria, e rinnovato nel 1887, nel 1891, nel 1896, nel 1902, e nel 1912.

Che Savoia e Asburgo-Lorena, dopo aver combattuto tre guerre, 1849, 1859, e 1866, mirassero ad un’alleanza militare, è irreale, e se ciò avvenne è perché entrambe le casate furono forzatamente spinte verso quell’alleanza, ma è anche ovvio che non la condividevano, prova ne è che tra il 1900 ed il 1914, ambedue le nazioni fortificarono il confine che correva tra il lago di Garda, gli Altipiani e la Valsugana, con la costruzione di innumerevoli opere di difesa, (riporto alcune di quelle italiane: Forte Maso, Tagliata Bariola, Forte Enna, Batteria di Monte Rione, Forte Cornolò, Forte Campomolon, Forte Casa Ratti, Forte Leone di Cima Campo, Forte Corbin, Forte Campolongo, Forte Verena, Forte Interrotto, Tagliata d’Assa, Forte Lisser – e alcune di quelle austro-ungariche: Forte Matassone, Forte Pozzacchio, Forte Doss delle Somme, Forte Sommo Alto, Forte Cherle, Monte Rust-Osservatorio, Forte Belvedere, Forte Campo Luserna, Forte Verle, Forte Spitz Vezzena), a conferma quindi di una coabitazione forzata all’interno della coalizione militare, con la chiara consapevolezza che avrebbero combattuto ancora l’una contro l’altra.

Appendice. Massonerie e Regio Esercito

Luigi Cadorna, affermava di non essere massone, e così si esprimeva al riguardo:

“… Ritengo che la sopravvivenza della massoneria e di qualunque associazione segreta sia incompatibile con le condizioni della libera vita pubblica moderna. Libertà e luce sono termini indissolubili. Combattere l’oscurantismo, come pretende la massoneria, e rifugiarsi nelle tenebre, sono invece cose contraddittorie.”

Ma i fatti dimostrano che non poteva prescindere dalle “associazioni segrete”, e che alcuni suoi ufficiali massoni, godevano di una protezione che andava ben oltre l’autorità del Comandante Supremo. Durante i due anni e mezzo in cui fu al comando del Regio Esercito, Cadorna esonerò un numero impressionante di alti ufficiali, da lui ritenuti responsabili o di scarsa propensione al comando o di incapacità strategica, ecc., uno degli ultimi fu il generale Vanzo, durante l’offensiva dell’Agosto 1917 (11° Battaglia dell’Isonzo), accusato di non aver fatto avanzare tempestivamente il suo XXVII Corpo d’Armata verso Tolmino e Caporetto per coadiuvare così il XXIV Corpo d’Armata del generale Caviglia che stava travolgendo gli austriaci sull’altipiano della Bainsizza. In realtà, tutto il XXVII Corpo era penetrato molto nello schieramento avversario, ma si dovette arrestare davanti a Tolmino per la forte resistenza austriaca. Il generale Vanzo fu sostituito dal generale Pietro Badoglio, che come abbiamo visto fu uno dei maggiori responsabili del disastro di Caporetto.

Al comando della II° Armata c’era il generale Luigi Capello, il quale all’indomani dell’11° Battaglia, ricevette da Cadorna chiari ordini di disporsi sulla difensiva per un probabile attacco austriaco, ordini che disattese completamente, lasciando quasi tutto lo schieramento della II° Armata, a ridosso delle prime linee, invece di arretrare, allontanandosi dall’azione diretta delle artiglierie austriache; emblematico è il caso del XXVII Corpo di Badoglio che si venne a trovare con tre delle quattro divisioni che lo componevano con il fiume Isonzo alle spalle, che precludeva loro ogni possibilità di ripiegamento. Cadorna quando venne a sapere che Capello non aveva eseguito i suoi ordini, per di più in vista dell’ormai certo attacco austriaco, invece di estrometterlo come sarebbe stato logico, gli confermò l’ordine di ripiegamento oltre l’Isonzo ed il consolidamento delle difese; un simpatico buffetto sulla guancia insomma, del resto Cadorna non poteva certo ordinare cosa fare ad un massone di alto rango. La vicenda del generale Pietro Badoglio, rasenta l’assurdo, ma è significativa per comprendere come da sempre le massonerie che governano l’Italia, mettano nei posti di responsabilità personaggi discutibili, i quali dopo aver causato disastri innominabili, sono anche premiati.

Badoglio, anch’egli ovviamente massone, dopo Caporetto, fu chiamato quale vice capo di stato maggiore al fianco del generale Armando Diaz, che aveva sostituito Cadorna al Comando Supremo; quando nei primi mesi del 1918, la commissione militare d’inchiesta che indagò sulle responsabilità del disastro di Caporetto, rese note le proprie conclusioni, nelle quali si evidenziava come Badoglio fosse stato uno dei maggiori responsabili del disastro, e per il quale si paventavano seri provvedimenti disciplinari, Diaz intervenne, facendo censurare le pagine della relazione che riguardavano Badoglio, di fatto riabilitandolo, e affermando che: “..Badoglio non si tocca, ne ho bisogno io al Comando Supremo”.

Pietro Badoglio, traditore nella prima guerra mondiale e traditore nella seconda, è l’impersonificazione perfetta dei massoni italiani, servi del potere dell’Impero britannico, e dei quali Carlo Emilio Gadda nel suo “Giornale di guerra e di prigionia”, la cui prima parte compilò nell’estate del 1916, quando si trovava sull’altipiano di Asiago con il suo 41° reggimento di fanteria della Brigata Modena, ne ha mirabilmente descritto l’essenza:

“… Che porca rabbia, che porchi italiani. Quand’é che i miei compatrioti di tutte le classi, di tutti i ceti, impareranno a tener ordinato il proprio tavolino da lavoro? A non ammonticchiarvi le carte d’ufficio insieme alle lettere della mantenuta, insieme al cestino della merenda, insieme al ritratto della propria nipotina, insieme al giornale, insieme all’ultimo romanzo, all’orario delle ferrovie, alle ricevute del calzolaio, alla carta per pulirsi il culo, al cappello sgocciolante, alle forbici delle unghie, al portafoglio privato, al calendario fantasia? Quando, quando? Quand’é che questa razza di maiali, di porci, di esseri capaci soltanto di imbruttire il mondo col disordine e con la prolissità dei propri atti sconclusionati, proverrà alle attitudini dell’ideatore e del costruttore, sarà capace di dare al seguito delle proprie azioni un legame logico? … Porci, ruffiani, capaci solo di essere servi, e servi infedeli e servi venduti, andate al diavolo tutti. Non siete degni di chiamar vostri figli i morti eroici……Basta: altrimenti passo la mattina a scrivere ingiuria al mio paese, dove viceversa il coraggio e l’eroismo non mancano. Ma il disordine c’è: quello c’è, sempre, dovunque, presso tutti: oh! Se c’è, e quale orrendo logorante disordine! Esso è il mare dei Sargassi per la nostra nave”.

Bibliografia:

Ortigara 1917: Il sacrificio della sesta armata – Gianni Pieropan – Ugo Mursia Editore 1974

1915-1918 La guerra sugli Altipiani – Testimonianze di soldati al fronte – a cura di Mario Rigono Stern – Neri Pozza Editore 2001

Vittorio Veneto: L’ultima battaglia – Pier Paolo Cervone – Ugo Mursia Editore 1994

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