Il drago dipinto sulla facciata della chiesa di S. Giorgio a Montagna in Valtellina. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.it

Il drago dipinto sulla facciata della chiesa di S. Giorgio a Montagna in Valtellina. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.it

Drago, dal greco “dràkon”, è l’animale che fissa lo sguardo, che vede con sguardo acuto in lontananza. Ma è, soprattutto, il più noto fra gli animali immaginari, che si trova, anche se con diverse connotazioni, in culture differenti. Se nella cultura cinese esso è simbolo positivo di forza e saggezza, nelle culture occidentali prevale l’immagine negativa di animale malvagio, che minaccia il mondo, è artefice del male o, più semplicemente, è posto a guardia di un tesoro. Nell’Apocalisse e nella tradizione cristiana diviene l’espressione stessa del male, in un passo rimasto celebre: “Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto.
Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito.” Nonostante l’immagine giovannea della donna vestita di luce si riferisca alla chiesa, venne interpretata tradizionalmente come rappresentazione della Madonna. L’immagine del drago, poi, si fuse-confuse con quella del serpente-maligno di cui si dice, nella Genesi, che sarà schiacciato dal tallone della sua nemica, la donna (di nuovo interpretata come Maria Santissima). Di qui il tema di molte rappresentazioni sacre: il serpente-drago schiacciato dal tallone della Madonna.
Altra rappresentazione profondamente impressa nell’immaginario religioso è quella del cavaliere san Giorgio che uccide il drago, episodio che ha per secoli colpito la fantasia dei credenti, che vi hanno visto uno dei più significativi episodi della lotta del bene contro il male.

Il drago-serpente schiacciato dal tallone della Madonna (dipinto in una cappelletta). Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.it

Il drago-serpente schiacciato dal tallone della Madonna (dipinto in una cappelletta). Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.it

Essere marino, terrestre o, più spesso, celeste, il drago si caratterizza per l’aspetto serpentiforme, con l’aggiunta di elementi tratti da animali diversi. Sputi o meno fuoco, sia o meno alato, ha il potere di evocare, con il suo solo nome, paure arcane, sgomenti profondi, ma anche ammirazione stupita: dire, metaforicamente, di una persona che è un “drago” significa lodarne le eccezionali capacità in qualche campo.

Le Alpi sono state sempre considerate dimora prediletta dei draghi. Quando vennero fra queste montagne? Non possiamo non consultare, al proposito, Aurelio Garobbio, uno dei maggiori studiosi dell’universo immaginario dell’arco alpino, il quale, nella bella raccolta “Leggende delle Alpi Lepontine e dei Grigioni” (Rocca San Casciano, Cappelli, 1969, pg. 148), ci assicura che ”draghi e serpi compaiono insieme all’uomo, stanno legati all’uomo come il male sta accanto al bene e l’amore all’odio.”
Fino a tutto il settecento era vivissima la convinzione che questi abitassero le cime più alte, considerate inaccessibili, ma potessero anche, in questo o quel luogo, infestare passi e valichi (ne è convinto, fra gli altri, lo stesso S. Agostino). Perfino uno studioso metodico e scrupoloso come il naturalista Johannes Jacob Scheuchzer (Zurigo, 1672-1733), che per primo esplorò le Alpi con l’intenzione di descriverne sistematicamente gli aspetti meteorologici, geologici, mineralogici, botanici e zoologici (scoprì, fra l’altro, una campanula che in suo onore viene chiamata campanula di Scheuchzer) e raccolse i resoconti di nove grandi viaggi di studio nell’opera “Itinera alpina”, riporta, in alcuni capitoli della sua opera, prove dell’esistenza dei draghi. Secondo lui questi animali rappresentano una sorta di variante di dimensioni maggiori dei serpenti, dai quali si differenziano per i seguenti particolari: sono più grandi e dotati, spesso, di barba e baffi, sono rivestiti di una pelle squamosa di colore nero o grigio, emettono un lugubre e tremendo fischio, simile ad un forte sibilo e si nutrono prevalentemente di uccelli che predano, in volo, aspirandoli nelle loro fauci, dall’apertura enorme ed dotate di triplice ordine di denti. Basandosi sulle testimonianze raccolte, giudicate serissime ed attendibili, con il rigore del

Il Sas da l’öof, sopra Samolaco. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.it

Il Sas da l’öof, sopra Samolaco. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.it

naturalista classifica 11 diverse specie di drago; fra queste, il drago alato, una sorta di grande serpente che sputa fiamme dalle fauci ed è dotato di ali membranose simili a quelle del pipistrello; il drago dalla lingua bifida, che emette un alito pestilenziale in grado di accecare gli sventurati che vi si imbattono; il drago con corpo di serpente e testa di gatto; i draghi senza ali, di incerta classificazione: forse costituiscono il genere femminile della specie dei draghi.
Valtellina e Valchiavenna furono terra di draghi? Scheuchzer non ci aiuta, ma c’è da dire che non mancano i segni della loro antica presenza. Massi erratici di forma ovoidale, come il Sas da l’öof (Sasso dell’uovo), sul sentiero fra Nogaredo e Piazza Caprara (Samolaco), appena sopra la cappelletta di quota 702, sarebbero uova di drago pietrificate. Non poche sono, inoltre, le leggende che attesterebbero la presenza fra queste valli di tali esseri. Vediamo, a volo di drago, le più note.

Tratto da http://www.paesidivaltellina.it

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